Movimenti vitali provocati dalla lettura di La morale di Santander. Esperienza di Stefania Bonu


30768667_2020283881564054_1385489176_oCome odiare un libro dal primo istante in cui invase la mia casa, e la occupò prepotentemente con tutto l’egocentrismo spudorato che Santander rivendica ostinatamente.

Ciò che mi colpì, vedendolo attraverso un filtro che confonde e porta verso decisioni inconsapevoli, fu la copertina, ricca di colori in contrasto tra loro. Degli animaletti di difficile comprensione e catalogazione, tanti segni indecifrabili, una “forse” pavoncella con un megafono, dei disegni “forse” nuragici, una spirale che ho tatuata nel mio corpo. Ebbene, lo ordinai e comprai.

Accidenti al giorno in cui il postino, con una celerità che ha messo a dura prova le mie certezze sull’inefficienza delle Poste italiane, 3 giorni, in soli 3 giorni dalla spedizione, quel libro arrivò tra le mie mani. Ma perché così presto e perché tutta questa fretta? In fin dei conti ero pronta ad aspettare e a rimandare.

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Prenderlo tra le mani, con quella copertina patinata che ha la capacità di far scorrere le mani senza altre opposizioni, mi ha stizzita dal primo istante. Il mio diritto alla ribellione era già stato infranto. E poi quella parola “albedo”, quella luce riflessa in ogni direzione, che non ho mai saputo quantificare in me. Non mi feci ingannare e attesi qualche giorno prima di leggerlo, d’altronde questo lo potevo decidere.

Mi trovai catapultata in una dimensione poco gestibile, con un numero indefinito di uomini da soddisfare e con cui provare la più semplice e antica delle cose, piacere.

L'immagine può contenere: una o più persone e sMSNessuna colpa! Santander mi rassicurò. Ed ecco che non capii dove quest’uomo avesse intenzione di portarmi o dove io volessi essere portata. Forse la mente diabolica che ha scritto questo libro aveva già raggiunto il suo scopo, avevo già iniziato a rivoltare la mia vita e a rimettere tutto in discussione per l’ennesima volta.

Da mille letti, eccomi in un’esistenza dove il tempo è regolato da quel sole, che deciderà quando potremo raccogliere la nostra uva, e poter dormire in quel buio che ci proteggerà e non permetterà che alcun insetto entri dai nostri balconi ben chiusi. Quel sole che segnerà la nostra storia, e quel “Io”, quel “Dio”dei buoni peccatori, che diventerà il mio “DEO”.

Santander mi ha già confuso le idee! …quell’asfodelo che le nostre mani trasformeranno in una “canistedda”che dovremo riempire e un giorno lasciare; creare e lasciare un’altra cosa semplice, amore. Provare amore forse è essere vivi. Ridere della vita e di noi stessi forse è essere vivi, ma basterà? Santander lascia che mi faccia queste domande ma non riesco proprio a trovare le risposte, e quelle che trovo non le vorrei leggere.

Quello che forse mi ha spaventata dal principio è stata la percezione del tempo, dell’ora, del subito, del caos e non capire perché stessi andando al di sotto della mia soglia di sicurezza, mettendo troppe emozioni in ballo, un boomerang difficile da gestire.

Con l’assenza della prima frase, il libro sarebbe stato un inno alla rivoluzione culturale, sociale, di popolo, quella frase ha stravolto tutto, mi ha buttata dentro, con tutte le mie debolezze e insicurezze senza nessuna difesa.

Un libro che mi ha fatto ridere, sperare, e si è fatto amare, assolutamente dissacrante e che spiattella a tutti i finti perbenisti, che il peccato è una invenzione per mantenere un popolo oppresso. Il nostro non è un popolo di sconfitti, è un popolo che vuole cambiare se stesso e ha il coraggio di lottare per scardinare vecchi cliché di una cultura da museo o da svendere, e per rimanere viva ha necessità di contaminarsi, di creare una società dove Santander non stia in una nicchia protettiva dove vivere isolato, ma sia la società.

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Ne sia il motore. Dove legale è la giustizia, e ciò che è giusto è legale. Dove l’università di “Buoncammino”, a cui tanto si è affezionato Santander, possa fare scuola ad una misera società. Dove si tradisce o si pecca, quando tradiamo il nostro essere, la nostra libertà di espressione, e il poter amare tutte le persone che si desiderano nella bellezza di questo sentimento. Dove la donna possa essere padrona di se stessa e possa provare qualsiasi tipo di amore, dolore, passione o chissà cos’altro, senza dover passare dal tribunale dell’inquisizione. Dove si possa provare malinconia, dolore, dove si possa piangere e ridere allo stesso tempo.

Santander ci fa toccare con mano il mondo che si può costruire, ma per farlo bisogna essere pronti a violare le regole.

Per me sta qui la difficoltà del liberarmi di questo libro.

 

Mi ritrovo con quegli 8-9 mariti, 42 figli a chiedermi se sono di nuovo pronta a violarle, e non riesco a capire perché il solo pensarci e cercare di capirmi mi renda così felice!

 

Stefania Bonu

“Se non si è pronti a violare le proprie regole, al compito della vita è meglio non giocarci.” 

da La morale di Santander, di Giuseppe Carta

 

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