Contest letterario gratuito UNA PAGINA IN A5 presenta -libro BIANCO- il NON ROMANZO di giuseppe carta. Nuovo Paradigma

libro BIANCO by  giuseppe carta

 

Contest letterario gratuito

UNA PAGINA IN A5

Avere una pagina bianca e farcirla di specialità.

Essere unici e riflettere senza presunzione.

Partire senza destinazione e trovare la meta.

UNA PAGINA IN A5 è la gara letteraria che si assume la responsabilità di TUTTO.

UNA PAGINA IN A5 è l’approdo nel NUOVO PARADIGMA.

libro BIANCO è il nuovo BOOTLEG di giuseppe carta.

 

 

ACQUISTA libro BIANCO QUI

 

 

Ma cos’è davvero libro BIANCO?

Il nostro inviato Zosè Paperi lo chiederà a giuseppe carta in persona!

 

 

Z. P. : Innanzitutto benvenuto nel tuo blog, e grazie dell’intervista che mi concedi.

giuseppe carta: Zosè, è un piacere rincontrarti.

Z. P. : Parlaci di questa nuova pubblicazione. libro (tutto minuscolo) BIANCO (tutto maiuscolo)

giuseppe carta: libro BIANCO è un espediente per arginare una visione, un’ispirazione artistica che non voleva soggiacere alle imposizioni sia editoriali che dei lettori.

Z. P. : Puoi spiegarci meglio? Cos’hai contro i lettori?

giuseppe carta: Naturalmente niente, mi spiego meglio. Dentro libro BIANCO ci ho messo il mio primo NON ROMANZO dal titolo…

Z. P. : Scusa se ti interrompo. Cosa intendi per NON ROMANZO?

giuseppe carta: libro BIANCO è un quadro. Crearlo mi è costato gioia, fatica, delusioni, incanto. Ma io, non essendo un VERO ROMANZIERE, l’ho scritto con l’intenzione di cogliere un legittimo e ignorato stile, MODUS OPERANDI che il tragitto mi confermava man mano. Mi sono dovuto ispirare ai grandi pittori del passato…

Z. P. : Conoscendoti, l’hai fatto perché ad una sovrabbondanza di ISTRUZIONE non corrisponde una adeguata COSCIENZA.

giuseppe carta: Zosè, ancora non so quali siano le motivazioni da cui è scaturito libro BIANCO. Di sicuro, so che è in grado di EMOZIONARE.

Z. P. : Puoi parlarci di cosa tratta libro BIANCO?

giuseppe carta: No. Non ne sono in grado. Anzi, posso dire che libro BIANCO è un pretesto.

Z. P. : Grazie per la tua esaustività.

giuseppe carta: Grazie a te Zosè. Spero che parteciperai al Concorso letterario UNA PAGINA IN A5.

Z. P. : Grazie dell’invito Giuseppe. Auguri per il tuo proseguo artistico!

REGOLAMENTO:

1. Il Concorso letterario gratuito di prosa e poesia “ UNA PAGINA IN A5  è promosso dall’associazione culturale “Merisindomu” e dal centro culturale “Naiper promuovere libro BIANCO, il NON ROMANZO di giuseppe carta. Il Contest letterario è riservato ai maggiori di 16 anni ed è un Concorso gratuito.

Il tema è libero e dovrà essere illustrato con parole, pensieri, opere e omissioni (le ultime potrebbero essere particolarmente gradite).

2. Articolato nell’unica sezione: UNA PAGINA IN A5, per cui si consiglia un numero massimo di 321 parole, ma i consigli non sono un obbligo. È però obbligatorio inserire almeno 4 parole (Il testo –libro BIANCO ti voglio –sarebbe accettato)

3. Si partecipa inserendo la propria Opera sotto forma di commento, proprio sotto questo bando, a fondo pagina, indicando nome, cognome, dichiarazione di accettazione del regolamento. Si può partecipare con un opera edita od inedita. Per un facile conteggio delle parole consigliamo di scrivere dentro UNA PAGINA IN A5 di un documento word e cliccare in alto Revisione, e Conteggio parole in alto a sinistra.

Le opere senza nome, cognome, e dichiarazione di accettazione del regolamento NON saranno pubblicate perché squalificate. NON si partecipa via email ma nel modo sopra indicato all’inizio del punto 3. Spiegazioni dettagliate qui: Come si partecipa al Contest

4. Premio: N° 1 copia del “libro BIANCO”, il NON ROMANZO di giuseppe carta, che in Autunno sarà eliminato dal commercio. Diventerà un libro raro. Sarà premiato il primo classificato.

5. La scadenza per l’invio delle opere, come commento sotto questo stesso bando, è fissata per il 25 Giugno 2017 alle 23:59.

6. Il giudizio della giuria è insindacabile ed inappellabile. La giuria è composta da giuseppe carta e dai concorrenti del Contest. A fine Contest ogni partecipante potrà scegliere le sue 3 opere preferite. Queste votazioni rimarranno segrete e saranno disponibili solo a giuseppe carta che consiglia di  votare l’Opera, non il concorrente. Ci si può auto-votare, ma non è per niente consigliato. 

7. Il contest non si assume alcuna responsabilità su eventuali plagi, dati non veritieri, violazione della privacy.

8. Si esortano i concorrenti ad un invio sollecito delle Opere, senza attendere gli ultimi giorni utili, onde facilitare le operazioni di coordinamento. La collaborazione in tal senso sarà sentitamente apprezzata.

9. La segreteria è a disposizione per ogni informazione e delucidazione nel profilo facebook La morale di Santander

10. È possibile seguire l’andamento del contest ricevendo via email tutte le notifiche con le nuove poesie e racconti brevi partecipanti alla Gara Letteraria; troverete nella sezione dei commenti la possibilità di farlo facilmente mettendo la spunta in “Avvisami via e-mail.

11. Alla fine del Contest è prevista un ANTOLOGIA dal titolo UNA PAGINA IN A5 Tutte le opere pervenute, che a Nostro insindacabile giudizio dovessero risultare meritevoli di pubblicazione, verranno inserite nell’Antologia, che sarà pubblicata tramite NUOVO PARADIGMA “Il caso editore”.

Nuovo paradigma

Per partecipare al Contest UNA PAGINA IN A5 senza partecipare all’antologia, è obbligatorio darne comunicazione entro la scadenza del contest, fissata per il 25 Giugno 2017 alle 23:59.

12. Diritti d’autore

Per il fatto stesso di partecipare al concorso, gli autori concedono al blog la possibilità e il diritto di pubblicare la loro Opera all’interno di giuseppecartablog e dell’Antologia, diritto non esclusivo, continuando a tenerne la piena titolarità, senza aver nulla a pretendere come diritto d’autore.

13. La partecipazione al Contest implica l’accettazione incondizionata del presente regolamento e l’autorizzazione al trattamento dei dati personali ai soli fini istituzionali (legge 675/1996 e D.L. 196/2003). Il mancato rispetto delle norme sopra descritte comporta l’esclusione dal concorso.

 

Si ringrazia  OUBLIETTE MAGAZINE  per il supporto organizzativo!         

FECONDA PARTECIPAZIONE e FELICE LETTURA DELLE OPERE PARTECIPANTI !

 

 

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39 risposte a “Contest letterario gratuito UNA PAGINA IN A5 presenta -libro BIANCO- il NON ROMANZO di giuseppe carta. Nuovo Paradigma

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  5. -Alla fantasia-

    Semi mi farai volare ancora, non scusarti nel farmi udire anche tristi urla che chiamano nel buio e dal buio rispondono.
    Portami dove i confini del tempo e dello spazio spariscono fra parole di lingue sconosciute.
    Li dove il senso della vita si impone ogni volta chiarissimo.
    Portami lontano dalle ombre e dall’oscurità.
    Portami alla vita sempre!
    -Accetto il regolamento-

  6. -Ancor serenità-

    Un giorno un uccellino curioso prese un seme di rovere lo posò in mezzo ad un prato
    lo nascose per bene sotto le foglie di primule, quale fosse il suo intento nessuno sapeva.
    Di tanto in tanto con volo leggiadro tornava senza errore si posava sui primi germogli che
    s’affacciavano tremanti nella vasta collina, in quel momento illuminata dal sole pareva un
    libro bianco, l’ uccellino disse alla rovere; ti voglio accompagnare nella tua crescita ,
    collaboreremo per dare un poco d’ombra su questo spazio che profuma di ogni età.
    Sotto la tua ombra si poseranno i fanciulli festosi, gli innamorati curiosi, una stanca esistenza,
    lo scoiattolo da un ramo all’altro si divertirà.
    La pianta crebbe rigogliosa ed imponente era allegria risuonate di echi frammentati sui flussi del tempo.
    Non si persero mai nei giorni e nelle notti, la rovere era felice di aver un antico legame di fiducia
    che non smarrì nell’ombra dell’ ultimo volo di un compagno d’avventura, si fece sempre più florida.
    Oggi ancora con i suoi cerchi di classicità racconta la sua storia agli ospiti che di riparo ne fan
    ristoro, dell’ uccellino che prese il seme lo mise sotto le foglie di primule per portar ancor serenità.

    © Daniela Ferrari
    25062017 -Accetto il regolamento-

  7. Massimo Acciai Baggiani
    Accetto il regolamento

    Canzone d’autunno

    Alcuni posti hanno una storia. A volte la storia è dolorosa, come nel caso dello Stalheim Hotel, a Stalheim. Ce la raccontò Sonia, la nostra guida, sul pullman mentre raggiungevamo l’albergo, attraverso uno spettacolare canyon reso ancora più suggestivo dalla pioggia e dalla nebbia. Pare che, durante l’occupazione nazista della Norvegia, l’hotel fosse stato trasformato in una delle cliniche deputate al progetto Lebensborn, un delirio eugenetico di Himmler, prima di ritornare ad essere un albergo come tanti altri, sperduto in mezzo alle montagne. Sarà stato quel racconto, sarà stata l’atmosfera nebbiosa e decisamente autunnale (in effetti là in Norvegia si era già al termine dell’estate, nonostante le mezze maniche del nostro autista), mi venne l’ispirazione per una canzone che scrissi di getto sul taccuino di appunti di viaggio:

    Vi sono luoghi
    in un respiro dove
    cala l’autunno,
    dove arriva l’autunno
    prima che altrove,
    si fa sera presto
    sempre più presto
    copre la sera…
    eppure
    è dolce il tramonto,
    scompare il sole
    dietro i suoi monti
    e accende la pioggia
    che segreta va via.
    Là sentirai
    oltre il muro bianco
    il perdono del cosmo…
    risposte
    che non avrai.

    Scrissi questi versi poco prima di cena. La stanza aveva una vista panoramica sul piazzale dell’hotel e sui monti assediati da banchi di nebbia che avanzavano verso di noi in modo quasi minaccioso. Dopo la solita cena a buffer facemmo un salto al negozietto di souvenir, nella hall (spesso vi sono negozi di questo tipo all’interno degli alberghi norvegesi, per fare shopping senza uscire), dove comprai qualche cartolina. Nel salone c’era un pianoforte di cui aveva preso possesso un napoletano del nostro gruppo ed aveva coinvolto i suoi conterranei in esibizioni canore di “O sole mio”: un repertorio piuttosto insolito, così a nord, con quella atmosfera quasi natalizia.
    Al ritorno a Firenze avrei inviato i miei versi a Paolo, che li avrebbe poi messi in una canzone. Ascoltandola, talvolta, sento un gelo sottile.

  8. Angelo Felicetti
    Accetto il regolamento
    Carattere per pubblicazione: arial 10

    TITOLO: Albe Nere

    …comunicato dalla base missilistica di Hopetime: Siamo sospesi in attesa di un’alba che non arriverà mai. Il mare brucia le nostre chiatte abbandonate, abbiamo pochi oggetti che spartiamo come fratelli, ma non riusciamo a comunicare…. non parliamo la stessa lingua.
    Hopetime è lontana dal mondo, ma è dentro una voragine. L’ipocrisia getta fantasmi e ombre che spariamo, ammazzandone forse qualcuna, che ritornerà anche domani.
    Per questo dispaccio ho barattato un pezzo d’anima per un po’ di inchiostro nero e ho trafugato del tempo dalle clessidre del deserto, non credo se ne accorga nessuno, e io posso vivere senza un pezzo d’anima, forse! Traccio così il mio passaggio per riconoscermi, qualsiasi cosa accada.
    Abbiamo sentito che i Signori delle Terre Bianche hanno addobbato i loro deschi per decidere le pietanze del giorno, mentre i Potenti delle Terre Nere sentono tremare la porta di Damasco e le voci di preghiera si sollevano come il vento del deserto, e loro sanno cosa vuole dire. Le Leggi impresse nel deserto vengono spazzate via, sommerse da urla e corpi ammassati. Le Terre Nere si sgretolano lentamente, si sovvertono le mappe tracciate nella storia, i confini diventano labili e crollano come spezzate le mura di ottomana memoria.
    Cala la notte a Hopetime, una notte incerta, per un attimo mi ero illuso che Dike potesse scuotere le coscienze, ma si è fatta sedurre, non c’è traccia della sua verginità candita. Lungo le navate del suo palazzo si respira aria immonda, contagiosa. Ho perso il conto di quante volte le lacrime di Zeus sono ricadute sulle nostre teste per una figlia sciagurata puttana nell’anima, ancora vergine, ma priva di dignità.
    Mi sono illuso che le pietre della saggezza, scolpite ai tempi di Gea, custodite dai Titani e affidateci come ricompensa, potessero illuminare il cammino dei popoli delle Terre Bianche e delle Terre Nere.
    Ci ritroviamo qui in attesa che a un tavolo si giochino le carte giuste, o i dadi truccati, per far vincere la pace!
    PS: abbiamo rovistato tra le cartacce destinate al macero, abbiamo trovato un messaggio: La libertà non appartiene più ai popoli, loro non la sanno gestire! La libertà è del denaro che la può comprare!

  9. L’UOMO DI POLVERE

    Bianco.
    Sei bianco
    come una lapide.
    Fisso
    in un ricordo agonizzante.
    Non ti curi
    degli scherzi infantili
    né di passanti secchi
    di compagnia.
    Eppure
    per qualche attimo
    t’ho visto
    cedere un riso solitario.
    Già è sparito.
    Fa freddo
    sotto il tuo cobalto
    crepuscolare:
    forse non saggia l’aria
    la tua pelle asciutta?
    Inerte
    continui ad inventare
    la morte farinosa.
    Sarà strazio
    o finta smorfia
    la tua polvere
    di ossa?

    [Accetto il regolamento]

  10. La casa bianca

    Se io fossi una casa
    Sarei bianca e sul mare
    Con resti di poseidonia nel cortile
    Una di quelle case di antichi pescatori
    che con le loro luci son fari per anime naviganti
    Fredda d’ inverno e riservata
    bisognosa di tiepido focolare
    Ma che in bella stagione nulla teme
    ed accoglie mari e venti
    E ride nelle terrazze aperte
    giocando a nascondino coi panni stesi al sole
    che gonfi sono vele per i sogni che il mare le procura.
    -Accetto il regolamento-

  11. ” Le Beau Paris ”

    Seduta al tavolino di un bistrot, guardavo la luna che
    ammiccava tra i rami di un tiglio…folate di profumo
    intenso mi ricordavano quando ero bambina e sotto il
    grande albero sognavo di diventare scrittrice.
    Ora eccomi qui, stringo il mio libro tra le mani con la
    consapevolezza di essere cresciuta, oh, quanto ho
    desiderato che arrivasse questo momento!
    Mentre ero assorta in questi pensieri, un fiume umano
    circolava, incrociandosi come in una ragnatela al chiarore
    dei tanti lampioni di Montparnasse.
    Ero elettrizzata e pensavo agli anni trascorsi alla Sorbonne,
    alle ore di lezione, a tutti gli appunti presi, a quella culture
    che avrebbe segnato il mio futuro.
    Rimpianti ?Oh, sì, è stato il periodo più bello della mia vita!
    Ricordi ? Bien sur, mes amis, indelebili nella mente di una
    studentessa ricca di entusiasmo e riconoscenza verso i
    genitori che avevano contribuito largamente alla sua
    formazione!
    E poi ?…..Le passeggiate lungo la Senna e soste d’ obbligo
    davanti a quei simpatici bouquinistes che ormai mi
    conoscevano e sapevano i miei gusti letterari, le capatine ai
    piani della Tour Eiffel con gli amici di sempre…,
    Beau Paris, magique dans mes yeux et dans mon coeur…ma.
    siamo ancora agli inizi, il meglio deve ancora arrivare…
    Accetto il regolamento

  12. (accetto il regolamento del concorso)
    Daniele Rocchi

    Titolo : profondi rintocchi

    Chi va là?
    Sono la dolce ora della notte.
    Cosa ti porta da me?
    Il rintocco della campana.
    Vuoi dirmi che suona per me?
    Voglio dirti che suona.
    Cosa mi gioverebbe saperlo?
    Ti giova nell’animo.
    In che modo?
    Facendoti sapere che, potendo sentire quel suono, tu sei reale.
    Mai mi ero accorto di pensarla diversamente?
    Allora perché vaghi come un fantasma inquieto per il mondo ?
    (Il silenzio fu un lungo istante di comprensione)
    Chi sei tu?
    Ho già risposto a questa domanda.
    Cosa vuoi da me?
    Nulla di ciò che non sia tu a volere.
    Probabilmente sei il frutto della mia immaginazione, è così?
    Se anche così fosse, lascerebbe immutato il fatto che tu ti senta inesistente.
    Cosa ti fa pensare sia così?
    Il tuo silenzio precedente.
    Ammettilo, sto parlando con me stesso vero?
    Io sono molto diversa da te, dovresti accorgerti delle differenze, come noti il suono delle campane.
    Allora non mi so spiegare te, la tua presenza e il tuo dire. Potresti aiutarmi?
    No. Qui sono non per insegnare o spiegare. Come ti ho detto, le campane suonano. Cosa speravi facessi qui?
    Mi mostrassi una via
    L’ho fatto, hai guardato bene?
    Non ho la capacità di vederla allora.
    Forse non la possiedi ora, tuttavia è ben chiara.
    Cosa ti succede?
    Scivolo.
    Dove stai scivolando?
    Non vedo la fine della corsa. So solo che è verso il basso.
    Le campane suonano ancora, gli ultimi suoni, io devo andare e tu decidere dove orientare lo scivolo.
    La tua scelta qual’è?
    (Tutto svanì nell’ultimo rintocco notturno che risuonava con il bilanciere della pendola)

  13. LA GOLA
    Ma si, ormai l’capito anch’io che sono grasso, non c’è bisogno che lo ripetiate. Non mi guardo allo specchio perché non sono vanitoso come voi, ma sento il peso addosso ad ogni passo che faccio. Le giunture scricchiolano, i movimenti si fanno più lenti e dolorosi. Però mi domando e soprattutto lo domando a voi: cos’altro mi è rimasto? Mi piaceva sgranchirmi nei prati e me lo avete impedito perché era troppo pericoloso. Giocavo in giardino ma avete deciso che i vostri fiori erano più preziosi di me e così ho dovuto accontentarmi di guardare la vita attraverso i vetri. Ed anche lì mi avete limitato: ” Stai attento, stai fermo, stai buono”.
    Così da anni passo le giornate sul divano e se vi sembra che dorma vi sbagliate di grosso: sto lì immobile e vi odio con le poche forze che mi sono rimaste. Vi odio quando mi guardate e scuotete la testa, quando mi incitate ad alzarmi ed uscire, quando mi sgridate perché mangio fuori pasto. Ma che altro dovrei fare? Mi avete tolto tutta la gioia di vivere con i vostri divieti e le vostre decisioni arbitrarie. Chi vi dà il diritto, poi, di decidere al mio posto? Persino l’amore mi avete rubato. i Daisy vedevo me stesso migliore. A lei piaceva starmi accanto ed avevamo dei sogni…ma li avete azzerati quando avete deciso ancora una volta per me. Mi sono sentito addosso quelle mani così delicate, fresche, esperte nelle carezze e ci sono cascato. Ero un giovane maschio arrapato e adesso sono un vecchio senza più virilità né desideri. Mento. Uno è rimasto: mangiare. Mi riempio di cibo a scoppiare. Rubo biscotti, carne, formaggio, prosciutto. Nascondo il bottino e la notte mastico senza sosta. Il gusto è rimasto il mio unico senso; sulla lingua mi scorre la vita. Nel sapore del latte ritrovo il passato, il presente si perde nella pelle croccante del pollo, nel cioccolato fondente c’è il futuro che non posso avere. Lecco, mordo, assaporo, rigurgito. E ingrasso. Tra poco non passerò più dal buco che avete fatto nel vetro per farmi uscire a pisciare. Tra poco desidererò solo essere bianco, immenso, grondante.
    Sono obeso e acciambellato. Sono triste di una tristezza unta che cola goccia a goccia.
    Ma aspetto ancora le vostre coccole e vi farò le fusa : sono il gatto di casa

  14. STO VIVENDO COME UN GATTO

    Sto vivendo come un gatto
    Occhi bianchi di neve
    in cerca del respiro
    di una sillaba mancante

    rovistando con le unghie
    in una crepa storta
    che cela un lucicchìo
    d’immagine del mondo.

    Con il barlume atteso
    di quel raggio curioso
    che vuol restare fuori
    dalla finestra aperta
    al centro del mio vivere,.

    rimane incerto l’esito
    come tutte le cose
    che ci stanno intorno.

    GIANFRANCO ISETTA

  15. “Nel regno della Morte Bianca”

    Ovunque albeggiano chiarori
    sconosciuti,
    la bussola è perduta per sempre;
    l’orizzonte
    inghiotte il mondo
    con la sua uniformità.
    Anche il sole
    stringe a sé
    tutto il suo calore.
    Un sospiro,
    un segno di riferimento:
    qualcosa muore,
    fra gli stecchi e la brina.
    Nulla è lasciato al caso,
    tutto è perfetto,
    calcolato,
    previsto,
    stanco.
    Nel luogo dell’eterno
    silenzio
    ogni fremito di vita
    è un insulto.
    Il resto
    è bianco.

  16. (Accetto il regolamento )

    “Vivere la vita a pieno!” Già.
    Ma cosa vuol dire in realtà?
    Amare per poi soffrire? Metterti in gioco per poi perdere o forse chi lo sa vincere? Studiare quello che ti piace per poi finire a fare ciò che non ti piace? Sfidare le nostre paure o pure scappare?
    Beh… direi proprio di SI e direi proprio di NO.
    Alcuni amano l’amore pur consapevoli della sofferenza che potrebbe comportare. Altri invece scappano proprio per non dover affrontare quest’ultima.
    Alcuni amano sfidare le proprie paure, altri sfuggono pur di affrontarle. Tutto è relativo.
    Tutto è concesso ma niente è scontato. Si inseguono sogni percorrendo sentieri stretti o meno, cadendo per poi rialzarsi.
    Insomma, la vita va sempre “vissuta a pieno” pur che sia come ognuno lo desideri. ….

  17. Ore 7.00 am
    Il mare era calmo e nel mattino, ancora bagnato dalla notte uggiosa e umida, percorsi i primi passi sulla battigia meravigliosamente occupata dalle onde e dalle danze dei gabbiani in cerca di cibo.
    Lemme lemme, passo dopo passo, intento a mutare i miei sogni in pensieri deliziosi da offrire al tempo, sentì uno strano scricchiolio venire da dietro la rotonda appena bagnata dalle leggere e rasserenanti carezza marine.
    Incuriosito, senza far alcun rumore, superai i tavolacci e le panche poste per far banchettare i bagnanti; nel superare l’ultimo ostacolo, mi nascosi dietro una palma per osservare chi o cosa disturbasse la silente armonia dei miei pensieri fusi con la risacca.
    Nello scrutare, compresi che il cigolio veniva dall’altalena lasciata per tutto l’inverno ad uso dei bambini. Essa, nell’
    oscillare poco oliata, rumoreggiava quasi sinistramente, inondando l’aria fresca dell’aurora.
    Ma nel vedere chi la stesse usando, non fu più quello stridore ad impegnare i pensieri che, gioiosi, giocosi, si gustavano assieme agli occhi il ludico dondolare del Sole appena desto.
    Egli ciondolava avanti e indietro come un bimbo sorridente; appariva rilassato ed era completamente inconsapevole di avere uno spettatore mentre, concentrato, era intento a leggere il “libro BIANCO”.
    Sorrisi e con me, sorrise il mio cuore carico di splendente felicità; rimasi solo qualche istante, tra me e me pensai <<”libro BIANCO” ti voglio!!!>>, ma poi in assoluta e silenziosa serenità, andai via senza farmi notare; lasciando assaporare, a quel vecchio giovane e luminoso Sole, il suo libro e il suo gioco preferito!.

    Roberto Gabriele Cuneo – Accetto il regolamento
    Titolo: Ore 7.00 am
    (Opera inedita)

  18. -UNO SGUARDO-
    Uno sguardo e tutto cambia.
    Uno sguardo e non sei più tu!
    L’universo si apre e tutto ha un senso,
    basta poco per spazzare via
    tutto ciò che non serve più.
    Vite legate da fili invisibili
    unite da catene indistruttibili,
    arrivano in un momento preciso
    con un obbiettivo già stabilito.
    In quell’istante è racchiuso l’immenso
    e l’eterno in un secondo si ferma.
    E il meccanismo una volta innescato
    il mutamento non potrà più bloccare.
    Luci e ombre di un lontano passato
    ai fondono ora, nel presente tremante.
    Gioia, dolore e ricche emozioni
    magia e incanto il risveglio ti porta,
    e nel cuore prezioso rimane
    un libro bianco che voglio serbare,
    pagine di vita, di ogni colore
    per ogni persona a cui rendere onore.
    Uno sguardo e tutto cambia.
    Uno sguardo e non sei più tu!
    -Accetto il regolamento-

  19. Max Mao
    Ho violato le regole del gioco, non riesco mai a starci dentro, ma ne sono stato escluso, allora non gioco più, me ne vado … peccato non possa nemmeno portarmi via la palla perchè non è mia…

    Accetto le norme del concorso … (anche se non dovrei)

  20. Giancarlo Economo

    Il violinista

    Uscì da quel ciclo di sonni agitati seguiti da veglie ancor più dolorose in attesa del prossimo torpore che pur sapeva sarebbe stato tumultuoso.
    Sogni che lasciano segni.
    Si guardò allo specchio e quello che vide riflesso era solo un uomo a metà ancora in cerca della sua meta.

    Allora decise di scrivere.

    E, mentre assemblava lettere per comporre parole che sarebbero state le protagoniste di quel libro ancora in parte bianco, si rese conto che la fonte di quel suo scrivere erano i ricordi, reminiscenze zoppicanti perse nelle nebbie di visioni imperfette.
    Comprese che aveva bisogno di riesumare memorie prima che diventassero ombre evanescenti.
    Era terrorizzato al pensiero che quei ricordi potessero sbiadire perché più passavano i mesi, gli anni e più tempo e più fatica faceva a far riemergere il suo volto, i suoi capelli leggermente ondulati tra i quali il vento amava giocare.
    Eppure più quei lembi di vita con lei scolorivano, più sentiva di comprenderla.
    Due sole parole appena sussurrate: “Ti voglio …”, il resto si perse in un gemito.

    Allora decise di ricordarla in musica.

    No. Non stava suonando quel vecchio violino. 
    Quelle che sfiorava con il suo archetto erano le corde dei suoi antichi e sbiaditi ricordi. 
    E una lacrima iniziò il suo lento viaggio perdendosi nei meandri della barba incolta.

    E fu nell’attimo in cui la vita apre la porta alla morte che avvertì il calore umido delle labbra di lei sulle sue.
    Aveva finalmente trovato la sua pace in un tempo e uno spazio dove i ricordi non servono più.

    Accetto il regolamento e autorizzo al trattamento dei dati personali ai soli fini istituzionali

    • Una volta a novembre

      Accadde una volta a novembre
      che brividi e ancora brividi
      brulicassero sotto foglie
      fradice di voglie
      e spoglie
      del timor di venti
      o d’altro

      In quel mentre
      mi sorpresi viva terra
      terra di tutti e di lutti
      terra di gioie di nessuno

      Durò poco
      e poi di nuovo
      un mare campato per aria
      sfuggito alle mappe del dio distratto,
      come d’altronde era logico essere
      anche a novembre.

      Claudia Magnasco
      -Accetto il regolamento

  21. -Bambini pastore-

    Sotto la protezione degli antichi occhi di un nuraghe, i bambini pastore sono in ogni occasione in preda al gioco, il vero padrone e signore del loro tempo, lo stesso che gli dirige nell’arte di accudire bestie. Quei pargoli vengono da tutti gli ‘ijinausu del villaggio e vestono abiti ereditati da nonni e bisnonni defunti, logoro orbace rattoppato che non fa in tempo ad adattarsi a corpi che a ogni batter di ciglia lievitano in lungo e in largo. Durante la silenziosa orogenesi delle loro membra, i “bambini pastore” guidano e sono guidati da vecchie cavalle e dai bestiolusu, umili asini da cui pare traggano insegnamenti alla vita più che degli altri animali. Mi sono sempre chiesto perché l’uomo adulto dei miei monti mostri disprezzo pubblico, ma solo pubblico, per questa bestia. Eppure, è seguendo i tortuosi percorsi scelti dall’asino, che lui ha inciso i sentieri che rigano il nostro territorio.
    Solo rare volte lo chiama con un nome proprio, quasi non lo meritasse, e quando succede gli appioppa un nomignolo burla. In genere è unu bestiolu, meno che bestia, oppure molente per l’attività che svolge intorno al molino. Attenzione però, in privato quello stesso uomo cambia atteggiamento. Si intrattiene a lungo con quell’animale, e accarezzando il suo muso morbido e liscio, gli parla. A lui, concede più libertà rispetto alle altre bestie dell’ovile e spesso, quando il tempo è inclemente lo accoglie al riparo della sua capanna. L’uomo dei miei monti, solo a s’ainu affida i propri figli per educarli a questa vita. Forse è proprio la similitudine che lo lega a quella bestia che uno strano pudore gli impedisce di amarla pubblicamente. Asino e uomo infatti, si muovono uguali nel braciere della nostra esistenza. Ed è proprio con lo stesso spirito de Su Bestiolu, che l’uomo dei miei monti affronta gli impervi percorsi della vita, e come fa quell’animale gli sceglie tra i mille creati dalla morfologia della terra. Quelle due specie riescono sempre a rendere solidale il peso che spesso hanno sulla groppa con le asperità che incontrano, percorrendo anche i sentieri i più tortuosi, con candida umiltà. Solo quando quel peso diventa troppo opprimente, entrambi si adagiano a terra finché non vengono stuausu, liberati dall’eccesso di carico.
    Allora si rialzano e riprendono umilmente ad andare. Quell’uomo, nel girare intorno alla mola del suo essere secerne anche lui un’essenza, e come fa la solitudine di quella bestia, anche la sua, dalla piccola tana in cui è rinchiusa, ansima qualche cosa all’immensità del cielo: Corrinada! Raglia!

    Accetto il regolamento

  22. Che fine ha fatto Pallino

    Non so cosa è successo a mio figlio.
    Dicevano che urlavo troppo forte.
    Non ho voluto dargli retta.
    Mio figlio era rotondetto. Era spiritoso. Era dolce come un orsetto. Lo chiamavo Pallino e ancora non so cosa gli è successo.
    Un giorno sono arrivati. Hanno detto che era denutrito, che non aveva fatto il vaccino, che non poteva stare più a scuola e l’hanno portato via.
    Urlava.
    Urlavo.
    Mi hanno presa.
    Hanno detto che non stavo bene, che mi avrebbero aiutata.
    Mi dimenavo.
    Poi non ricordo altro.
    All’improvviso il bianco. Ancora lo vedo.
    E’ tutto bianco. C’è tanta luce. Mi abbaglia. Ho la gola secca. La bocca impastata. La testa vuota.
    Dove sono?
    Non riesco a muovermi.
    Sono bloccata.
    Mi hanno legata?
    Non capisco.
    Sono su un letto. Non riesco a girare nemmeno la testa.
    Voglio urlare! La voce non esce.
    Dov’è Pallino?
    Non saprei dire quanto tempo è passato.
    Ora non mi legano più.
    Non serve. Non riesco più a muovermi.
    Arriva la signora grassa. Armeggia con la flebo. Poi dormo.
    Ho urlato tanto all’inizio. Mi hanno anche messo delle cose sulla testa.
    Un dolore mi ha attraversato tutto il corpo. Vibravo. Mi contorcevo. Credevo che sarei esplosa. E’ stato orribile. Poi è passato.
    Non ho sentito più niente.
    Mi hanno detto che era per il mio bene.
    Pallino dov’è?
    Un giorno sono venuti a prendermi. Era quando ancora camminavo.
    Hanno detto che avevo visite.
    Un uomo con la valigetta e due carabinieri mi attendevano.
    Hanno detto: suo figlio deve essere seppellito, deve firmare le autorizzazioni.
    Non sono riuscita a dire nulla. Ho cercato di alzarmi e ho iniziato a vomitare.
    Non ricordo altro.
    Cos’hanno fatto al mio Pallino?
    Quel giorno sono morta anch’io, ma loro non lo sanno.
    Non parlo. Non mangio. Ho tubi ovunque.
    Dicono che ho cercato di farmi fuori. Non ricordo.
    Dicevano che urlavo troppo forte.
    Ho smesso.
    Che fine hanno fatto fare a mio figlio?

    Martina Lorai Meli
    Accetto il regolamento

  23. Daniela Paola Gintoli – Accetto il regolamento
    PENSIERI DI UN UOMO DI BORGATA
    Lì, fra i monti della vecchia borgata di San Martino, il tempo andava a rilento. Lo sviluppo economico e industriale che era seguito al dopoguerra aveva messo le sue radici solo in un nord Italia, sempre più ricco e prospero, che aveva trattato il sud quasi fosse una delle sue colonie.
    Don Antonio, così da tutti chiamato secondo un titolo anticamente attribuito ai mezzadri, era uomo di poche parole, ma dalle idee chiare. Quando aveva saputo che sarebbe diventato padre il suo primo pensiero non era stato “speriamo che sia maschio” bensì, indifferentemente dal sesso del nascituro, “mio figlio studierà e diventerà qualcuno” racchiudendo in quel ‘qualcuno’ tutto ciò che non era stato possibile per lui nato un decennio dopo la fine della prima guerra mondiale e arrivato solo in terza elementare perché in casa i figli erano tanti e per mangiare bisognava che tutti lavorassero nei campi insieme al padre offrendo il proprio contributo, in base alle capacità delle loro piccole membra, per zappare, seminare e, quindi, raccogliere e mangiare.
    Nacque, nella sua età più matura, Agnese, una bambina allegra e, con gli anni, dal rendimento scolastico sempre basato sui massimi voti e lui, fiero, con la sua voce baritonale, diceva ai parenti che ‘a nicaredda’ un giorno sarebbe diventata un grosso avvocato per difendere le loro cause perse contro una vita spesso ostile.
    Gli anni trascorsero velocemente e presto Agnese avrebbe raggiunto la sua maggiore età. Era allora che le sue paure, le più varie, lo assillavano per intere giornate. In quei momenti le sterpaglie dell’intera borgata avevano vita breve. Non sapendo dare libero sfogo ai suoi timori e ai suoi pensieri neppure parlandone con la moglie, si accaniva ostinatamente contro i cespugli dei rovi e il selvatico degli ulivi. Di tutto ne faceva grandi fasci e accendeva tanti falò quanti ne necessitavano per fare pulizia intorno casa sua e, se non c’era altro da estirpare lì nel raggio di un centinaio di metri, ripuliva pure intorno alle case dei vicini felici di quel servizio gratuito e disinteressato. Ed intanto che le volute del fuoco salivano per il cielo cupo della sera Antonio pensava alla sua bambina diventata grande così presto, la immaginava lontana da casa fra tutti quei pericoli per la quale le aveva fatto terra bruciata attorno fino ad allora e aveva, per questo, la sensazione che i capelli, ispidi e neri, gli si rizzassero in testa come per un enorme spavento. Ma più di ogni altro pericolo, temeva l’uomo in quanto uomo e per questo pronto, all’ occasione favorevole, di cercare un contatto più intimo con la donna e, nella fattispecie, con la figlia che era oramai diventata già una piccola donna….
    Il povero Antonio, in quelle sue interminabili riflessioni non si capacitava di come in poco più di un cinquantennio il mondo si ritrovasse così rigirato come fosse solo un vecchio calzino dismesso.
    A quel punto dei suoi pensieri, Antonio cercava di tranquillizzarsi pensando, però, che la sua piccola bambina era stata cresciuta con le migliori raccomandazioni e fino a quel momento quei valori e quegli insegnamenti avevano dato il loro buon frutto. Questo lo faceva ben sperare anche per il futuro, ma lo spettro delle voglie e delle smanie giovanili che riconosceva essere presumibilmente presenti anche nella sua Agnese, continuavano a insinuarsi nei suoi pensieri di giorno e nei suoi sogni la notte come fossero incubi lasciandogli, così, solo brevi tregue di pace apparente.
    Alla fine di tanto affanno quando, su tutto il suo spazio vitale e anche oltre se necessario, era fatta tabula rasa, egli si chetava pensando a come la figlia dovesse comunque continuare gli studi. Ciò che a lui rimaneva da fare era di andare spesso e di sorpresa a trovarla in modo tale da poter controllare, in qualche modo, il giusto procedere di ogni cosa. Come un falco planando nel cielo controlla il suo territorio, così Antonio avrebbe vegliato sulla figlia e su quello che le girava attorno. Questo era l’unico pensiero che gli regalava qualche attimo di sollievo e non lo sfiorava nemmeno l’idea di quanto potesse essere illusorio poter riuscire nell’ impresa di vigilare costantemente ogni mossa, ogni pensiero e ogni stato d’ animo della sua bambina anche se non si fosse mai allontanata da casa.
    Agnese avrebbe avuto, diversamente da lui, la possibilità di allargare il suo orizzonte, con gli studi in quel momento e con il lavoro poi. Tornare alla terra natia sarebbe stata una sua scelta e non una imposizione della vita. Questi erano i pensieri di Don Antonio, anche se riteneva che quell’ angolo di terra dove era cresciuto e rimasto a vivere, fosse rimasto come un piccolo paradiso perduto, dimenticato dal diavolo che non vi aveva ancora messo lo zampino.

  24. -I figli sono.-

    I figli e le figlie sono della Terra stessa tu li metti al mondo ma non li crei. Sono vicini a te, ma non sono cosa tua. Puoi dar loro tutto il tuo amore ma non le tue idee. Perché loro hanno le proprie idee tu puoi dare dimora al loro corpo non alla loro anima.
    Perché la loro anima abita nella casa dell’avventura dove a te non è dato entrare neppure con un sogno. Puoi cercare di somigliare a loro ma non volere che si somigliano a te perché la vita non ritorna indietro e non si ferma a ieri. Tu sei l’arco che lancia i figli verso il domani.

    Accetto il regolamento

  25. Parole!
    Infinite emozioni che……
    Accolgono l’anima!
    Sono attimi intensi d’espressione
    Di gioia autentica!
    Ed il cuore esalta la parola!
    Amore per amare il tuo pensiero!
    È come un dono, d’oro e argento!
    E nell’infinito vola a donar sorriso
    Dentro quella teca che raccoglie il
    Mondo!
    Il nostro.

    Pali (Accetto il regolamento)

  26. Erika Petrossi
    Accetto il regolamento

    Titolo: E poi di nuovo piano

    Ti voglio senza volerti,
    un arcano dell’anima,
    sta tutto scritto dentro
    il libro bianco che ho raccolto.
    Sfoglio pagine e giorni
    impressi nei ricordi,
    bevo un sorso della tua mente
    distante
    e mi sposto indifferentemente,
    da papavero solitario resisto
    all’asfalto del tempo,
    a girasole in un mazzo
    posto al centro,
    in risalto tra i fiori di campo,
    abituato da sempre ad esser da tutti
    guardato,
    appassisco se mi manca il mio sole
    malato.

    E ti chiedo ora dove sei arrivato
    a leggere sulla pelle stampata,
    di porcellana
    con la luce della luna,
    o mentre ti si chiudono
    gli occhi
    nell’alba del giorno di ieri,

    o se quel libro scritto muto
    tu l’hai bruciato in fondo
    al lago,
    stracciato nella foresta gelata,
    lanciato come aquilone in volo.

    Ovunque tu sia,
    ieri e oggi,
    domani ci sarà un libro bianco
    che ti dirà ti voglio.
    Voglio prenderti, aprirti,
    leggerti,
    tutto d’un fiato,
    e poi di nuovo piano,
    una pagina alla volta,
    una frase alla volta,
    una sillaba tra le labbra,
    voglio urlarti,
    sussurrarti,
    parlarti,
    ascoltarti,
    finirti,
    tutto d’un fiato,
    e poi di nuovo
    piano.

  27. Due uomini
    Due uomini erano divisi da grandi spazi, l’uomo col cappello e la pelle nera decise, un giorno, di raggiungere Gerusalemme. Ne aveva sentito tanto parlare, una città colma di fascino dove si incontravano le tre grandi religioni monoteistiche. Gus, si incamminò dal centro dell’Africa e scoprì subito che, a piedi, sarebbe stata una impresa pazzesca. Mano mano che camminava cambiavano anche le usanze, i colori, le case.
    Il viaggio si svolgeva nello spazio e nel tempo, da una parte lasciava il tempo passato, dall’altra voleva raggiungere il tempo del futuro. Spesso di notte si stancava e costruiva una buca in mezzo alla sabbia del deserto per ripararsi dalle tempeste di sabbia. Don era tedesco, non un vero tedesco, un gentile insomma, ma un tedesco con una lontana nonna ebrea. Don era affascinato da Gerusalemme e decise che l’avrebbe raggiunta a piedi, per godersi tutte le valli e tutti i monti per scoprire poi l’antica città così desiderata dai suoi avi. Partì una notte di settembre, la sua pelle molto chiara, non sopportava tanto il sole e così di giorno dormiva all’ombra di giganteschi alberi e di notte camminava, al fresco. Egli faceva un viaggio nel tempo, lasciava la modernità per scoprire i luoghi antichi di cui aveva sentito tanto parlare. Ma il viaggio era faticoso, non avrebbe mai immaginato tanti spazi e tante distanze, monti, fiumi e laghi, terre meravigliose e superbe. Spesso la stanchezza lo abbatteva e allora, giorno o notte doveva prepararsi un posto piccolo e morbido, accatastando mucchi di erbe. Col passare del tempo le case iniziarono ad essere diverse, alcune cittadine ancora antiche e senz’acqua, il suo viaggio era nel tempo e nello spazio: era come tornare in luoghi del passato. Don e Gus arrivarono stremati a Gerusalemme dopo 200 giorni di viaggio e non si capisce perché si incontrarono al muro del pianto e si riconobbero. Ognuno aveva fatto il viaggio all’inverso, Gun verso il mondo moderno e Don verso quello antico. Ma alla fine coincidevano: essi contenevano tutti i mondi, poi piansero e si sentirono come fratelli.
    Emanuela Di Caprio – Accetto il regolamento

  28. Antonella La Frazia
    Accetto il regolamento
    Norma (Il vuoto dei giorni)
    Quei giorni
    di nuvole grigie nel cuore,
    ti segnano il volto
    di fioche ombrature.
    Li vedi quei giorni.
    arrivare,
    portati da un tiepido vento
    i pensieri.
    E soli pensieri
    di cuori arginati
    legati alla riva,
    non lasciano il molo.
    E solo parole
    di sole persone
    che lasciano orme
    nell’animo nudo.
    Ti lasciano dentro
    quel vuoto
    incerto domani.
    (Camino che cerca la fiamma)
    ti lasciano frasi amare già dette
    che sanno di rancido
    e stantio ricordo.
    Ti lasciano il pianto
    d’un fiore reciso
    e in bocca il triste sapore del nulla.

  29. Accetto il regolamento.
    Titolo: Nera.

    So che devo ripulirmi.
    Mettermi in ordine.
    Devo tornare bianca.
    Non sopporto la mia faccia sporca dei residui di cibo
    Mi ricorda che sono stata debole.
    Mi ricorda che anche oggi ha vinto il cibo, il cibo nero.
    E io non sono più bianca.
    Provo a ripulirmi ma il nero è secco, non viene via.
    Mi sento enorme.
    Mi sento vuota.
    Mi sento nera.

    Autrice: Francesca Pola

  30. Federica Natale (accetto il regolamento, opera inedita)
    “POSSIBILE DESTINO”
    Un giorno di pioggia
    un cuore solitario bussò,
    dolcememente,
    al lucchetto di un altro cuore.
    La chiave dell’anima
    fece vedere lei
    sfumature di un cielo infinito,
    il mare
    per raggiungere quel qualcuno di speciale
    che voleva vederla felice, anche senza di lui.
    Lui che l’allontanò
    per una vita più bella della sua.
    Come può lei non amarlo?
    Si trovarono di fronte all’altro,
    come se una sottile linea li unisse
    e allo stesso tempo li dividesse.
    Con la fantasia, lui baciò la sua fronte.
    Un casto e tenero bacio che seppe d’amore,
    di vita, di speranze e di lunghe promesse.
    Una mano sul cuore dell’altro,
    la sensazione di appartenersi.
    L’unione flebile di due anime gemelle
    per poi, dissolversi in una linea di un cerchio,
    un contorno disegnato di nero
    in un altro,
    che si confuse nel colore tenue dell’alba.
    Gli occhi si aprirono e rifletterono
    su un ricamo di un lenzuolo,
    i ricordi brevi di un sogno
    pieno di possibilità,
    di inseguire un possibile destino…
    quello della felicità.

  31. Autore: ClownWords
    Titolo: Oro-nero

    Questo mio ti voglio
    È un libro bianco
    Di quelli senz’apparente
    Copertina
    Ed una rilegatura
    Che profuma d’avventura

    Noi due anime solitarie
    In questo mondo
    Di sguardi accesi
    E promesse d’infinito

    Noi sappiamo essere altro
    Noi possiamo volare oltre
    Queste pagine bianche

    Tienilo tu
    Il mio segnalibro
    Invisibile
    Tienilo stretto
    Tra le crepe
    Del futur vissuto

    Io che so essere
    Nuovamente amore
    Grazie al tuo
    Passeggiarmi accanto

    Non è inchiostro
    Quel che sgorga
    E precipita nel vuoto
    Mio pensiero

    È oro-nero

    “Acconsento il trattamento dei dati personali”

  32. Pingback: libro BIANCO, il primo NON ROMANZO di giuseppe carta, invita al Concorso letterario gratuito UNA PAGINA IN A5. Nuovo Paradigma – ricmmblog·

  33. L’Amour: la distance et le concours des événements dans une relation amoureuse.

    ” La distance effrite l’amour ” dit-on?
    Je m’oppose à cet avis dont l’opinion fait cas. Le véritable Amour ne se laisse pas égratigner par quelques inclinations que ce soit. Les considérations sociales, politiques, spatiales, temporelles, culturelles… sont un coup d’épée dans de l’eau. Aimer, c’est donner, c’est se donner. Aimer, c’est accepter, c’est s’accepter. Aimer, c’est investir, c’est s’investir. Les véritables sentiments, par nature, sont inchangés et ce malgré le concours des événements et la durabilité du temps. Je garde fidèlement en mémoire l’attitude de ‘Roméo’ dans la celèbre tragédie de Shakespeare, ”Roméo et Juliette ”. Ni la différence de classe, encore moins le concours des choses, n’a contraint ‘Roméo’ de boire le poison pour rejoindre sa bien-aimée la-bas, à l’autre bout du monde. Hélas! Les relations humaines sont interessées. Tout bascule très vite au premier passage du vent. Pour comprendre l’Amour, il faut entrer en soi même et s’interroger sur de multiples choses. Quand on aime véritablement, on aime inconditionnellement. Corneille le mentionne dans le ” Cid ”. L’amour de ‘Chimène’ pour ‘Rodrigue’ ne tarit point malgré l’antécédent de leur famille.

    je suis d accord avec le réglementation

  34. Libro BIANCO, ti voglio.

    Nel bar antico del centro due schermi al plasma nero hanno sostituito gli antichi dipinti.
    Erano quadri pesanti, di grafica fascista, ma dicevano qualcosa, e l’uomo con il cappello di feltro aveva sempre avuto bisogno di un qualcosa da ascoltare.
    Adesso con quei due schermi neri c’era poco dialogo.
    Quando erano accesi, nessuno comunque li guardava.
    Quando erano spenti, riflettevano di luce opaca la sala inutile del bar.

    Anche nel negozio di alimentari erano appesi due scudi grandi, pesanti.
    Erano i poster di due antichi feticci, le donne più belle e le etichette degli alcolici.
    Tutta roba che molto tempo prima aveva dato colore alla pelle ormai spenta sotto il cappello di feltro.
    La moglie del bottegaio tagliava pancetta e lardo e parlava di ceci e castagne biologiche.
    L’uomo dal cappello pensò a suo marito, a quelle notti a piedi verso il colle, e pensò che in fondo tutto si riduce a una questione di fortuna.

    Restava il gabbiotto del benzinaio, che d’altra parte era diventato inutile fin dai tempi del distributore automatico.
    Il vecchio gestore lo custodiva ancora, non fosse altro che per la prospettiva di sguardo che da quel vetro si posava sulla valle.
    Lo avevano costruito su uno sperone di roccia, il punto di partenza di un’antica teleferica.
    L’uomo dal cappello di feltro continuava a tenerlo aperto dalle 8 a mezzogiorno, perché in fondo gli piaceva l’odore, o forse per raccontare agli sciatori di passaggio i grandi aneddoti dei suoi anni brigatisti.
    Per dare un senso alla faccenda, da qualche tempo aveva iniziato a tenere anche i biglietti del gratta e vinci.
    “Solo biglietti perdenti”, diceva un foglio scritto a pennarello, rivolto verso l’altro lato del vetro.
    L’uomo dal cappello di feltro in fondo non ci credeva, e pensava che in quel gabbiotto di vetro, un giorno, qualcuno avrebbe vinto davvero.

    [Accetto il regolamento]
    Sandro Bozzolo

      • “È STATO BELLISSIMO, MA È STATO!”
        Finalmente ho trovato
        il coraggio di scriverTi
        queste parole su un foglio bianco
        e lasciarlo sul nostro lettone stanco!
        Da tempo non Ti voglio più,
        lo sai benissimo anche Tu,
        ma ora ho preso la decisione
        di colorare la mia vita di blu!
        Si è troppo ingrigita
        e l’ho sprecata a tollerare,
        spesso e con molta fatica,
        per Te innumerevoli e spiacevoli
        situazioni, rinunciando a vivere occasioni ed emozioni speciali. Magari sarebbero state altre illusioni o delusioni,
        ma ormai non le ho afferrate e sono passate
        in fretta, come fanno le belle stagioni!
        Ecco, ho appena indossato
        le ali e sto per spiccare il volo!
        Forse ho sbagliato io,
        forse entrambi o forse solo…Tu,
        ma adesso, credimi,
        non ce la faccio proprio più!
        Ho provato e riprovato
        a voltare e a rivoltare le pagine
        del nostro libro matrimoniale:
        è presente un fatiscente messaggio d’Amore, frequentemente subliminale
        che non mi piace:
        era un piacevolissimo fuoco,
        ma ora è spento e tace!
        E sono riuscita anche a capire
        che tutte le storie, belle o brutte,
        come la vita, ahimè, devono finire!
        Ecco, quindi, spiegato il
        mio dire: “Ti ho Amato, Mi
        hai Amato, ma questo è ora passato!”.
        [Accetto il regolamento]
        Mariagrazia Gomba

  35. Pingback: Come si partecipa ai contest letterari di “giuseppecartablog” | giuseppecartablog·

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