ZARtisti: È in uscita: Versi di un Autunno precario, di Silvia Canonico

autunno-precario.jpgC’è un cuore malato d’amore in chi cerca l’amore;silvia-canonico.jpg c’è un cuore che non si arrende alla vita, ma si appiglia alla Speranza, dondolando in precario equilibrio sul bordo sbiadito di una esistenza ferita.

E così, se le foglie in autunno, cadendo, non fanno rumore, le parole di Silvia Canonico, ribelli e taglienti, sono l’urlo della rabbia di un’anima selvatica, che mai sarà addomesticata.

Vomitate nel ritmo fluviale dei suoi versi, le parole, impetuose, rivelano un bisogno d’amore straziante, un desiderio mai pago di essere penetrati da uno sguardo puro, autentico.

Autunno precario” conduce in un viaggio negli Inferi di un amore che abbandona l’eroina in un tormento senza pace. Sola, a leccarsi le ferite, non assolve chi l’ha profondamente delusa: colui che manca di coraggio. L’amore dei versi presenti nella raccolta è un darsi senza remore, uno slancio furioso, un abbraccio che lascia senza fiato. La voce narrante sfoga il suo sdegno e non perdona l’atto di fuggire dinanzi all’amore, “io amo colui/che ha il coraggio di cadere”. E cos’è Amore se non mancanza di? Non lo definisce forse Platone nel suo noto “Simposio” come il dio, figlio di Pòros (Ricchezza) e Penìa (Povertà)? Amare è da sempre un desiderare, dal latino de-sidus, mancanza di stelle. E nella sua “Dagli occhi in poi” la Canonico si definisce: “…una stella/che si ribella/che si rifiuta/e non brilla”. Spenta, privata del riflesso appena accennato da un Amore nel cui amplesso troppo precocemente si era abbandonata, non può fare altro che lanciare la sentenza che condanna a un destino dai miseri amori: “perché sopravvivere/diventa la regola/di questo non vivere”.

Persa nel labirinto delle sue parole, l’autrice si abbandona a una confessione sincera, 1.jpgmettendo a nudo il suo cuore, spogliandolo di tutte le sue paure per poi riconsegnarlo nelle mani della sua parte più profonda, di una anima perennemente spaventata.

Smascherata la paura dell’amato “L’amore che si arrende/è solo un cuore/che si difende”, l’amante tradita si fa madre che accoglie nel grembo i pensieri troppo cerebrali dell’amato e, mentre li culla, sente che non potrà mai appartenergli, nella consapevolezza che resterà ancora una volta faccia a faccia con la sua eterna compagna solitudine. Così muore anche lei “come muoiono i poeti/lontana dagli affetti”.

Mentre rivela (e accusa) l’amore codardo, la vera natura di questa “regina/dell’ingenuità che non premia”, emerge come una “rancorosa e torbida tempesta”. Privata dei brandelli di carne viva, senza l’appoggio del suo scheletro, diventa un “fiore ricurvo/pieno di spine/pronte a ferire/chi vuol conoscere”. Lo stelo oscilla nella tempesta, ma non si recide ai colpi della vita, perché la sua linfa trasporta speranza “non lascerò/che la mia ombra/abbia la tua forma/la tua sembianza/perché sarebbe il suicidio/ – il suicidio – /della mia ultima speranza”.

Avvolta su sé stessa, la nostrana poetessa degli eccessi percepisce la sua interiorità come un fet5.jpgo deforme, venuto al mondo per disonorare gli sguardi altrui e così, come una serpe partorita dal ventre della Madre terra, smarrita, si morde la coda in un tormento senza fine, eterno supplizio che si abbatte su coloro che sanno ascoltare solo con il cuore. Ignara del potere catartico delle sue parole, come una Cassandra inascoltata, la Canonico da vittima si fa carnefice, rea confessa del male di vivere in un mondo che abroga il suo lato umano, colpevole a ritroso del suo vilipendio emotivo.

La raia, quella rabbia che in fondo non è altro che vagheggiata voglia, quella rabbia che in fondo non è altro che vagheggiata voglia di vivere.

Ma vado avanti/e non mi confondo/con la mediocrità del mondo”.

 

Domizia Moramarco

Silvia Canonico
nasce ad Assisi il 10/03/1980, sin dall’età di 4 anni dimostra il suo senso di repulsione verso le regole, scappando dall’asilo, con grande preoccupazione di tutti e tornando a casa sulle sue gambe. Cresce un pò selvaggiamente in un paesino della provincia di Perugia, studia con molta passione all’istituto d’arte per poi, arrivata quasi alla fine, mollare tutto e scappare di casa, da lì vive due anni per la strada, cantando e suonando la chitarra per le vie di Bologna principalmente, spostandosi verso, Modena, Venezia, Roma etc etc..

Torna a casa all’età di ventun’ anni e deve riadattarsi alla società ed è proprio in questo frangente che inizia a scrivere e proprio in quegli anni che scrive gran parte del libro “L’onnipotenza della pulce”. Pubblica su varie riviste cartacee ed online, quali, “scrittori precari”, “Fuori le mura”, nelle antologie di “Perrone lab” partecipa a vari concorsi e si guadagna un secondo posto con “Voci dal vortice” e una pubblicazione su “365 storie cattive”, nel 2015 pubblica “La musa di me stesa” con Arduino Sacco Editore, con il quale pubblica anche nel 2010 “Fuori barella” un esperimento di scrittura a quattro mani con l’autore Daniele Vergni, nel 2016 esce “L’onnipotenza della pulce” edito da Echos edizioni

 

 

Giusy Carofiglio:4

È di impeto la rabbia che sfocia in versi, quella di Silvia Canonico, un menestrello che usa la rima accendendone le luci più profonde e ribelli. Delirante, forse illogica, spesso dura, sfocia in una scrittura spontanea che come un pugno sferrato in pieno volto, stordisce.
Mi è parso di leggere un rapper di strada, uno di quelli che cantano la vita nella sua più vera crudeltà, la vera forza di quei sentimenti che il perbenismo troppo spesso nasconde, e chiama pudore.
Ci sono medaglie alle quali si coprono le facce, ci sono realtà che spesso si tengono da parte, impedendone quasi il respiro; parlano di rabbia, di miseria, di abbandono, d’amore, sogni, e paura, questi versi, sono quelle urla che hanno echi potenti, le voci fuori dal coro, folli.
Ecco, Silvia, è una voce fuori dal coro, risuona dentro, e fa rumore. Tanto

 

 

 

 

 

 

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