“Inquietudine da imperfezione” DI EVARISTO SEGHETTA ANDREOLI

LA PERFETTA IMPERFEZIONE DI EVARISTO SEGHETTA ANDREOLI
Nota di lettura di Valeria Serofilli al volume
Inquietudine da imperfezione
(Passigli Poesia Editrice, 2015)
di Evaristo Seghetta Andreoli.
Il libro di Evaristo Seghetta Andreoli edito nella collana di poesia di Passigli fondata da Mario Luzi, ha un titolo che fin dall’inizio attrae, incuriosisce e coinvolge. Inquietudine da imperfezione pone di fronte una consapevolezza e un moto costante dell’animo, quasi, potremmo dire, una roccia scagliosa in movimento perenne. Si tratta, forse, della materia stessa di cui è composto quell’essere imperfetto che è l’uomo, la cui polvere si indurisce e si raggruma con il tempo rendendolo allo stesso tempo, coriaceo e fragile, costantemente soggetto a sommovimento, smottamenti e crolli. L’inquietudine a cui si è fatto cenno quindi potrebbe essere sia la consapevolezza di tale incerta condizione, la presa atto della precarietà, oppure l’esatto contrario, l’aspirazione ad un ritrovamento di forma e misura, un lento e tenace rimodellamento interiore. Leggendo le liriche del libro di Seghetta Andreoli, si tende mano a mano a propendere per la seconda ipotesi.
C’è tensione verso un altrove, dello spazio, del tempo e dell’interiorità. Un moto costante, una marcia più che una corsa, verso un luogo che si sa essere distante ma sulla cui esistenza si scommette, e tale scommessa è alimento vitale di ogni passo e di ogni parola.
Questa soluzione appare la più plausibile anche a Franco Manescalchi, autore della presentazione del libro, e a Giuseppe Panella che ha arricchito il volume con un suo documentato saggio introduttivo, denso di riferimenti a diverse discipline e richiami intertestuali.
Altra chiave di interpretazione privilegiata e preziosa sono i versi che l’autore ha scelto come epigrafe, quelli di Mario Luzi, dalla lirica “Primizie del deserto”:
Io, come sia, sono qui venuto, avanzo/ da tempi inconoscibili, ardo, attendo;/ senza fine divengo quel che sono,/ trovo riposo in questa luce vuota”. Divento quel che sono, scrive Luzi, e Seghetta si inserisce in questo solco, lo fa suo, anzi, scopre passo passo che tale processo di ritrovamento delle coordinate esistenziali gli appartiene da sempre, è una parte di sé. “Lui canta per me,/ senza timore/ nel girotondo perpetuo:/ nenia latina,/ vortice lento d’arcaiche parole,/frammenti del tutto,/ di luce di stelle,/ di atomi eterni,/ di vita divina”,
scrive Evaristo Seghetta. Ed è il tempo, il rovello di sempre, a scandire e a regolare il ritmo, il passo, la cadenza, perfino dei versi, resi volutamente brevi, quasi a scandire ogni sillaba, ogni respiro, per unire il ragionamento al fluire delle sensazioni. Anche Seghetta parla di luce, ma anche di frammenti, come a ribadire quella imperfezione che è allo stesso tempo, nel momento della partenza, del primo impulso, incompletezza, desiderio e aspirazione. Ecco un altro dei cardini e delle parole chiave: aspirazione. La poesia dell’autore non si sofferma né si compiace del detto e dello stabilito. È sempre orientata verso un altro punto, quasi a voler ridurre il distacco e il divario tra il reale e l’ideale, il buio e la luce, la nenia e il canto, gli atomi e l’universo.
“E sogna l’incontro supremo/ tra l’essere e il nulla,/ della stasi col moto,/ tra la materia e il vuoto,/ dentro e fuori dall’Io,/ perché è sottile/ questa inquietudine da imperfezione/ che avvolge i fiori/ prediletti di Dio”,
osserva ancora l’autore chiarendo ulteriormente il senso e l’intento di questa sua esplorazione che parte da schemi classici, a lui cari, per arrivare però ad una forma più moderna e attuale di indagine sul sé, di scavo, tormentato ma mai del tutto privo di speranza, proprio in virtù di quella tensione verso un luogo altro, una dimensione differente. C’è anche una citazione indiretta in quel riferimento all’Essere e al Nulla, ma soprattutto l’ossimoro di fondo, quella coesistenza solo in apparenza irreale tra la stasi e il moto, che costituisce il marchio distintivo ma anche il metronomo interno, anche a livello di ritmo, sia delle poesia di questo libro, che, forse, della poesia in generale. Come adeguatamente osserva Panella: “Il progetto sperato e ambito è quello di fuoriuscire dalle sottili pareti dell’Io, di attingere a verità che siano durature e universali, di fuggire all’assurda verità che lega a un presente condizionato dalla necessità di aderire all’esigenza «opprimente» dei bisogni individuali mentre si vorrebbe ritrovare in se stessi e nel mondo i «fiori prediletti» di ciò che è eterno e che la vita si ostina a confinare nel recinto impassibile della transitorietà della sequenza di nascita e morte. Potremmo dire, con una forzatura, forse, ma con qualche spazio percorribile di verità, che i fiori prediletti a cui fa riferimento Seghetta possano essere i fiori del bene, contrapposti in qualche modo a quelli celeberrimi di baudeleriana memoria.
Fiori anch’essi rari, e non meno impegnativi di quelli a cui fa riferimento il poeta francese. I fiori prediletti forse sono gli uomini stessi, gli esseri umani, con quelle imperfezioni che ritornano come un Leit Motif, costituendo la sfida da superare ma anche la prova, forse paradossale ma altrettanto essenziale, sia della speranza, come si è detto, che della volontà di perfezione, della possibilità di spostare l’asse di qualche centimetro verso la meta, ogni giorno ed ogni ora. E la meta forse è la poesia stessa, ossia la possibilità di dare voce a quella perfetta imperfezione che fa dell’uomo ciò che è e ciò che aspira ad essere. “La poesia per Seghetta Andreoli è dunque (lo ammette lui stesso!) l’alfa e l’omega dell’esistere consapevole e cosciente, la ragione stessa dello scrivere che si configura come possibilità del vivere autentico e libero dalle strettoie del contingente”, annota ancora Giuseppe Panella, prendendo come punto di riferimento i versi dell’autore che ben racchiudono il senso di questo intervento e la natura stessa del libro, connotato da una ricerca sincera ed autentica della parola, roccia da scavare anch’essa, e quindi punto sospeso tra un prima e un dopo, tra forza e fragilità, buio e luce:
“Eccomi qui, aggrappato/ al vetro opaco di questa bottiglia,/ spazio finito, lume di candela,/ che imperterrito anela/ a oltrepassare la sfera/ del tempo,/ sospeso tra,/ alfa e omega.”

* Valeria Serofilli * Caffè dell’Ussero di Pisa, 29 Aprile 2016
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