Introduzione a “Radici, impulso e rivoluzione” di giuseppe carta – di Mixa Fortuna

Introduzione a “Radici, impulso e rivoluzione”

 

Radici, impulso e rivoluzione

Parliamo tanto di radici. E di impulso.

Non abbiamo ancora finito.

Parliamo, parliamo tanto di rivoluzione.

Senza perdere il senso dell’orientamento come talpe insensibilizzate, conquistiamoci la consapevolezza: la storiografia è appannaggio del potere che detiene (e distrugge) le prove della storia. L’educazione e l’ermeneutica sono nelle mani degli scribi – c’è qualcuno che scambia la gnosi per conoscenza trasmissibile ed occultabile, cosciente o meno di quanto il mistero crei aspettative e religione.

Siamo sopra un palcoscenico? Siamo piuttosto in una piazza, in un parco dove giocano i bambini, in una scuola, in un salotto, in un mercato. Dall’altra parte, sul palcoscenico, dentro le cornici dell’arte istituzionalizzata, dell’arte-commercio, sbiadiscono le verità, si ammicca a realtà barcollanti, che sgocciolano ipotesi senza gambe.

Per sua essenza, la verità è matrice COMUNE con-divisa e costruttiva.

Quanto è stato sepolto? Quanto è finito ad arricchire le collezioni private di uomini e donne di potere che non possono vivere senza la certezza di sapere qualcosa in più degli altri?

Noi semplicemente, sbarazziamocene. Con un impulso. Con un colpo di coda, di osso sacro, rivoltando il percorso vitale e civile.

Se non incidiamo nella nostra vita e sul mondo, se non diamo luce a nuovi segni e a proposte che possano diventare pratica, ci stiamo anche togliendo il diritto della lamentela.

La Sardegna non può dimenticare di avere sempre lottato per la propria indipendenza, e qui non si parla di questioni politiche! Nel radicarsi al proprio territorio stiamo soltanto compiendo un atto di dignità, di individuazione, un atto di obbedienza civile alle leggi di natura.

I fatti di Villasalto, che sono chiamati in causa in “Aicci oj aicci prima” come i fatti del 1906 in tutta l’isola, sono solo una scusa per parlare della civiltà sarda, del suo modus operandi davanti a soprusi e invasioni dello Stato centrale nella gestione del bene pubblico.

Essere isolani non è né un vantaggio né uno svantaggio, è semplicemente una condizione della libertà di vivere. Furono i Romani ad appiopparci l’etichetta di periferia della civiltà – quegli stessi Romani che sfruttavano la terra sarda come granaio per le proprie truppe e per foraggiare la stessa penisola. Erano arrivati ad imporre il divieto di coltura degli alberi da frutto per rendere la terra sarda un granaio a cielo aperto.

Quale periferia allora? La periferia di chi ha la ricchezza della vita, della natura rigogliosa, della linfa vitale che scorre e bacia ogni angolo del territorio, e per questo deve essere tenuto aggiogato, a testa bassa, per non vedere, per non reagire, mentre gli si soffia via tutto, lo si depreda, lo si impoverisce.

Ne è passato di tempo. Uno dice: avremmo imparato qualche cosa. Macché. Punto e a capo.

Solo che un guitto non si rassegna. Un guitto ha ritrovato il potere della parola, e cascasse il cielo la terra e tutte le stelle, non smetterebbe di alzare la voce, insegnando ai suoi fratelli sotto il cielo ad usare la PAROLA. Il verbo come azione, pratica di coscienza applicata al quotidiano, al diritto civile, alla democrazia. Il teatro è democrazia perché la PAROLA E’ DEMOCRAZIA, non è proprietà di nessuno la parola. Ma può scatenare l’accensione di menti, di tante menti, di un popolo. Aicci oj aicci prima, non è una constatazione. È un esorcismo.

Il titolo stesso della trilogia è una formula: RADICI! IMPULSO! RIVOLUZIONE!

Possiamo pensarci su, approfondirla nei movimenti drammaturgici di questa trilogia, ma dobbiamo soprattutto usarla, come un training personale di risveglio.

Cosa?? Come si fa?

Non ci vuole nessun guru. Si tratta solo di qualche principio pratico da applicare.

Primo. Dove stiamo noi? Sulla Terra. E come ci stiamo? Agganciati grazie alla forza di gravità. Le nostre RADICI sono forze energetiche che ci legano indissolubilmente per sempre al centro della Terra, il pianeta su cui abitiamo.

Un po’ come alberi, non dobbiamo dimenticare che siamo radicati. E che questi piedi così come sono connessi al centro del mondo, sono anche quelli che ci portano per il territorio: l’aderenza alla terra è fisiologica, solo secondariamente è un fatto culturale.

Lo spazio che occupiamo è un diritto, non una concessione. E lo occupiamo da generazioni, su generazioni, su generazioni. L’abbiamo costruito noi, l’abbiamo avvalorato noi.

Così siamo stati forgiati. Da cosa non si sa. Ma certo le leggi non scritte sono più potenti di qualsiasi statuto, e i piedi hanno questo potere. I piedi sono le nostre leggi di natura, più antiche di qualsiasi tavola, di qualsiasi tribù. Prima di qualsiasi altro patto abbiamo stretto alleanza con i piedi che si sono fatti carico della nostra postura eretta. Per tornare a stare belli dritti e piantati sulle gambe, dobbiamo chiedere a loro. Lì si trova la potenza reale. Ai piedi si collega tutto il corpo tramite le gambe, tramite il bacino agganciate alla nostra spina dorsale.

Come si dice, la spina dorsale è un simbolo di forza, di capacità di resistenza e di dignità (avere le spalle forti, avere spina dorsale, etc..). È la spina a raccogliere gli IMPULSI da e verso gli arti periferici, braccia e gambe: senza radici l’impulso è monco – con la coscienza dei piedi l’impulso diventa potere, diventa danza, movimento in apertura, movimento consapevole, passo marcato, passo che occupa il proprio spazio.

Al vertice della spina dorsale si incassa sull’atlante la testa, il nostro cranio, che custodisce la materia cerebrale, un turbinare di impulsi elettrici e connessioni in una mappa dagli infiniti scambi: è qui che avviene il cambiamento, che l’impulso produce la RIVOLUZIONE. Ma nessun cambiamento può essere durevole se non è partito dalle radici, se non ha una base forte e una spina dorsale altrettanto flessibile e in grado di portare gli impulsi senza tremare e senza perdere il controllo. La rivoluzione è un atto di danza, di eleganza.

Noi siamo radice che traina il passato, impulso per il presente, rivoluzione verso il futuro. Noi siamo l’evento.

Non c’è nulla da preparare, nulla da dire finché non si raggiunge coscienza, finché non si piantano i piedi a terra e non si lancia l’atlante verso il cielo, non c’è composizione, non c’è rivoluzione.

Attraverso una pratica di sfida ai suoi limiti, il guitto raggiunge poteri superiori alla norma, è una metamorfosi quotidiana il cui compito è conservare la disciplina e il rigore di un officiante, di un sacerdote. Permettendo ai suoi fratelli di studiare la propria coscienza, il guitto è un’antenna sempre disponibile al miglioramento della qualità di vita dell’INDIVIDUO sul pianeta.

Non si può lavorare sulla parola, sull’idea e sul cambiamento se non si addomestica IL CORPO INTERO alla ricezione e alla libertà.

Prima SCHELETRO, movimento interiore. I muscoli servono, la volontà muscolare deve essere controllata: è volontà dell’Ego, volere superficiale, forzato.

Poi CORO, armonia e danza del suono tra i corpi.

Il canto dell’individuo nasce dalle ceneri del proprio Ego rappreso e asservito alla Vita, liofilizzato in pharmacon.

Sfidiamoci a ripulirci dall’angoscia dell’immagine.

Radici, impulso e rivoluzione, per liberarci dalla nostra identità automatika, indotta, costrinta.

Mixa Fortuna

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