Maurizio Antenore, autore del romanzo “Hedulis”

Oggi incontriamo Maurizio Antenore, autore del romanzo “Hedulis”. Come nasce questo libro? Cerchiamo di rintracciare l’ispirazione che ha condotto un autore a scrivere di una cosa, questo romanzo da dove trae ispirazione?

Rintracciare l’ispirazione … l’ispirazione … sembra in prima analisi, una domanda banale, un’espressione sicuramente ovvia per qualunque scrittore. Forti della loro creatività e ingegno, sarebbero sicuramente in grado di formulare, con esaltata passione o delicata poesia, con poche e semplici frasi magari trascrivendole semplicemente nel misero spazio di una pagina di quaderno, l’arcano significato di tale vocabolo, concetto che, nei miei inadeguati panni di scrittore, anzi di “non-scrittore”, stento a risolvere in termini elementari.

L’ispirazione è indubbiamente la capacità innata di poter estrapolare, dalla vita comune o da semplici manipolazioni della fantasia, i giusti dettagli che, nel loro insieme, si traducono in racconti carichi di suggestione afferrando il lettore sino a indurlo ad abbandonare temporaneamente il proprio “Io” oppure allontanarlo da una realtà che, il più delle volte, ricade nel convenzionale, l’ordinario e noioso iter della vita quotidiana.

Perché mi definisco un “non-scrittore”? Perché ritengo siano panni importanti, adatti a una figura intellettualmente autorevole, dove la flessibilità dialettica se non la sagacia, coinvolgono e ammaliano l’ascoltatore, capacità che ritengo ben lontane dalle mie modeste competenze.

Con questa mia prima e timida esperienza, mi sono imposto un mio personale obiettivo, uno scopo ben preciso: è un messaggio, qualcosa che dovevo scrivere per comunicare a chiunque cosa intendo per “credere” a una vita oltre la vita … e pensare che, sino a quel giorno, ero schivo a ogni concetto di religiosità, relegandoli in un cantuccio della mia mente dove, probabilmente, si stavano evolvendo mio malgrado.

Premesso ciò, arrivo al dunque: a quella misteriosa, almeno per me, scintilla che mi ha stimolato a iniziare una tale avventura.

Quel giorno, precisamente il 17 agosto 2011, ebbi un suggerimento da “qualcuno” che, ancora adesso, stento a focalizzare la sua reale natura. Un episodio singolare, inaspettato e probabilmente, mai più si ripresenterà.

Desidero rilevare che tale situazione avvenne mentre mi rilassavo su una sdraio posta in giardino, all’imbrunire tanto per mitigare il caldo afoso che gravava in camera da letto; ciò si verificò in un normale stato di dormiveglia dove sensazioni di angoscia, tristezza e stupore si sovrapposero a immagini prive di suoni. Un Entità, indubbiamente femminile, “parlava” a se stessa rimembrando episodi della sua vita di un remoto passato, un’esistenza felice ma scomparsa per sempre.

Comunque questa esperienza, al confine tra sogno e misticismo, m’indusse a iniziare questo lavoro, imbastendo alcuni fatti salienti della loro vita e descritti in prima persona dalle Entità, che si riconoscono con il nome di “Sorelle”, spesso traendo spunto in molteplici testi, per lo più Sacri come la Bibbia e il Corano.

I capitoli iniziali li scrissi di getto, in una ventina di giorni ritrovando in seguito l’identità di questMaurizio Antenore1e Entità, proprio in quei Sacri testi e non solo. Forse è sicuramente per questo che non so come risponde a questa semplice domanda: “… dove ho tratto l’ispirazione”. Ritengo che non vi sia nella mia memoria qualunque libro, racconto o anche un semplice film e, perché no, un fumetto che mi abbia ispirato in tal senso; ecco perché, ancora adesso, sono convinto di essere stato oggetto di un suggerimento (d’altronde il termine “suggerire” o “consiglio” non sono sinonimi di “ispirazione”?).

E la sua passione, il suo bisogno di esprimersi con la scrittura, da dove nasce?

Come molti italiani, e lo dico con una punta di vergogna, non rappresento neppure un discreto lettore e la mia biblioteca non eccelle per titoli, anche se il mio personale interesse ricade generalmente su temi di attualità (es.: “Zero-Zero-Zero” di R. Saviano e “Rifiuti” di R. Fersini edito da Geva), avventurosi (es.: “Jurassic park” di M. Crichton), archeologiche o pseudo scientifiche (es.: “Il mistero di Orione” di R. Bauval e A. Gilbert, sul significato simbolico delle piramidi Egiziane) oppure che scavano nei meandri della allucinazione o possibili incontri del 3° tipo (es.: “Andromeda” di M. Crichton).

Questo bisogno di scrivere è una novità recente e che mi ha colto di sorpresa proprio quel fatidico giorno; un impulso inspiegabile che, in seguito, si manifestò cogliendomi impreparato nei momenti più disparati, magari mentre guidavo l’auto per tornare a casa dopo il lavoro impossibilitato a trascrivere qualunque appunto su un’idea anche banale, flash della fantasia momentanei che rischiavano di sfumare irrimediabilmente. Spesso lavoravo attardandomi sino a notte fonda, al computer, strumento fondamentale per le mie ricerche e interrompendo la stesura di un brandello di racconto senza esserne pienamente soddisfatto, vinto dal sonno per poi rielaborarlo la notte successiva.

Ci vuole dire perché questo titolo?

Fu la prima idea che emerse spontanea mentre mi trovavo in quello stato onirico; ha l’apparenza di un nome, una presenza oscura, invisibile e subdola paragonabile a un Demone. Per comprendere appieno cosa intendo è d’obbligo premettere alcuni dettagli, descrivere brevemente su cosa ruota tutta questa vicenda.

I tre personaggi sono Entità spirituali nate subito dopo la formazione primordiale dell’Universo (quello che conosciamo come “Big Bang”), forme di vita di pura energia, originatesi spontaneamente in un caos ambientale in continua fase di espansione. Sono le prime venute alla luce e facenti parti di una cospicua quantità di esseri simili, nate in seguito e paragonabili a gemelle, che vissero in una situazione incantata, simile a un Paradiso e falsamente convinte di un’esistenza eterna, sino a quando il loro ambiente cominciò a raffreddarsi. Il gelo e il contemporaneo condensarsi della materia in grandi masse come pianeti e stelle, causa di danni alla loro essenza con il semplice contatto, furono elementi fatali che innescarono l’inizio della loro estinzione. In seguito alla morte dell’ultima nata, in circostanze drammatiche, tutte decidono di separarsi e affrontare singolarmente, in totale solitudine, un viaggio ai confini dell’Universo, lasciando le tre anziane Sorelle a vegliare il luogo di quell’inaspettato decesso, ormai divenuto un simulacro, una tomba.

Sole, rassegnate a una fine inevitabile, una delle tre individua casualmente, in una particolare zona della Galassia, qualcosa che riconosce come una nuova forma di vita in tutto e per tutto simile a loro. Attratte inspiegabilmente da quelle “Entità” (in realtà le Anime di tutte le forme di vita originarie del pianeta natio), decido di avventurarsi, sfidando il gelo circostante e la pericolosa materia, verso quel luogo cui intravvedono anche una pallida parvenza di salvezza. Solo la terza Sorella, per motivi che rimarranno ignoti alle altre due sino a un determinato episodio di quest’avventura, è contraria ad aggregarsi restando vicino alla “tomba” dell’ultima nata pur mantenendo un contatto mentale con le due Sorelle consigliandole, di volta in volta, in caso di necessità.

Le due Sorelle, giunte a destinazione, tentano di interagire con le “Entità” ma durante le iniziali e difficili fasi di comunicazione, subiscono una particolare mutazione diventano loro stesse, il “luogo” di permanenza delle Anime, un guscio protettivo, dove queste convivono in una sorta di simbiosi. Con il passare dei secoli le due Sorelle assumono l’aspetto di Divinità o Angeli, ma sono ruoli non accettatati dalla più anziana; sin dal “primo contatto” un’oppressione la tormenta, inducendole dubbi e facendola precipitare in angosciose crisi di disperazione in merito al possibile, fatale destino delle “Entità”: il sospetto, dopo essere state accolte in Lei, che si consumassero lentamente entro la propria Essenza al pari di un alimento; un terrore immotivato, irreale e che comprenderà dopo l’incontro con un Profeta, fonte d’insegnamento di una particolare dottrina.

A tutto questo si aggiunge difficoltà di comunicazione tra Sorelle ed Entità, Anime dei defunti, tentativi infruttuosi, dove i brevi discorsi e visioni paragonabili a sogni, sono fraintesi dagli stessi medium e Profeti e completamente rielaborati, reinterpretati dai loro successori, ovvero chi aveva il dovere morale di mantenere il messaggio originale di pace e fratellanza.

Tutto gravita intorno a questo concetto e che ha dato origine al titolo del romanzo; ha un ulteriore significato simbolico ben preciso dove, l’Umanità è condannata, dopo la scomparsa dei Profeti, a diventare effettivamente un “alimento” ma non per le Sorelle, bensì di un risicato manipolo di soggetti che si ersero come falsi difensori della fede, per scopi puramente politici e di tirannico potere, giungendo a sterminare intere popolazioni, atti d’irragionevole violenza distruttiva che ben conosciamo, trascritti in tutti i libri di storia e che si reiterano nell’ambito di guerre “religiose” tuttora in atto dove l’’ignoranza e la superstizione diventano terreno fertile per consolidare la loro incontrastata supremazia.

Quando ha cominciato a scrivere “Hedulis” e quanto tempo ha impiegato per concluderlo?

Poco più di un anno, dal 17 agosto 2011, ponendo la parola “fine” il 20 agosto 2012 e lavorando di preferenza la notte o nei ritagli di tempo, nei fine settimana. Dopo aver inviato il manoscritto all’editore, aggiunsi e modificai alcuni capitoli, in particolare quello inerente agli ultimi anni di vita di Maometto, approfondendo il capitolo sulla tragedia dei Medinesi e la battaglia finale condotta dalla terza moglie A’ishia contro suo cugino Ali Talib e gli altri traditori del neonato Islamismo, dopo la scomparsa del Profeta, guerra che si terminò con la soppressione degli Apostoli (gli Illuminati) e la detenzione di A’ishia.

Diciamo che tra le piccole revisioni e la stesura delle “Conclusioni”, spedite successivamente, potrei dire tra i 13-14 mesi circa.

Come definirebbe il suo romanzo? Segue un genere in particolare?

In effetti, è una domanda che non mi sono mai posto e mi coglie un po’ alla sprovvista; potrei ardire un termine che io stesso non so se inventato al momento o, nascosto nei meandri della memoria, attinto da qualche articolo, commento o critica letto su chissà quale giornale o rivista: religioso revisionista? Può darsi, sicuramente in merito aMaurizio Antenorell’argomento trattato. D’altronde descrivo degli Angeli che osservano l’evoluzione religiosa di tutti i popoli del mondo, talvolta lodando o criticando aspramente atteggiamenti e prese di posizione che decadono nel fanatismo da parte di Stregoni e saccenti Sacerdoti.

Chi ha letto il libro, tra i miei conoscenti, l’ha paragonato a un giallo e, in effetti, tutta la vicenda ruota intorno a una ricerca esistenziale, un’analisi “alla rovescia” condotto dagli Angelici personaggi e non dall’uomo, sul mistero dell’origine della vita su questo solitario pianeta, forse unico in tutta la Galassia. Ogni avvenimento rappresenta un indizio, un tassello di un puzzle che, nella sua ricostruzione, rivelerà un finale molto diverso da quanto ci insegnano tutte le culture religiose.

Personalmente lo considero un inno alle donne, ai fanciulli e a seguire, anche agli uomini che hanno condiviso il loro destino, vittime del fanatismo più esacerbato cui ho dedicato questo romanzo.

Ha uno scrittore ideale? Voglio dire, qualche modello di riferimento?

Da ragazzo, più che la lettura dei fumetti, prediligevo i racconti di Isaac Asimov e di altri autori di fantasy e fantascienza nella collana Urania. Tra questi, due storie in particolare mi affascinarono e che desidero raccontare.

Il primo romanzo: “Fluke, l’uomo cane”, scritto da James Herbert, narra le vicende di un ignoto personaggio che si reincarna nei panni di un cane. A differenza dei suoi simili, che incontra in questa singolare avventura, ricorda in parte il suo passato di “uomo” ma non come fosse deceduto né la sua precedente identità. Vi sono aspetti divertenti e che divagano nella sua “nuova” condizione canina, ma alcuni episodi stimolano il lettore a porsi delle domande sull’effettivo proseguo della vita, talvolta confrontandosi con l’indifferenza di alcuni individui agnostici di fronte all’ignoto; tale parallelismo emerge nel singolare incontro e lo scambio di battute tra Fluke e una rana, nei pressi di uno stagno. È uno strano dialogo fra i due dove, alle domande sempre più incalzanti di Fluke, la rana risponde in maniera evasiva e con estrema indifferenza su “cosa c’è oltre”. Per il cane un mondo infinito, ulteriormente motivato da non aver perso la sua memoria umana, e per la rana tutto inizia e termina entro le rive di quella dimora simile a una pozzanghera: “ … oltre quelle canne, non c’è niente”. Una sentenza disarmante, espressa con totale imperturbabilità che stizzisce il canino interlocutore tanto da interrompere quell’inutile dialogo, abbandonando l’indifferente ranocchio al suo destino.

Il secondo racconto, di cui purtroppo non ricordo né il titolo né l’autore, è ambientato in una cupa dimora nei sobborghi di una metropoli, dove un artista, un pittore tanto dotato quanto sfortunato, sopravvive vendendo a poco prezzo le sue opere. Un incontro casuale con uno strano personaggio, cambia radicalmente la sua vita dopo che questo lo convince che è possibile “vedere” il mondo in modo radicalmente diverso, affascinante a suo dire. Si professa medico e lo convince a testare un suo prodotto simile a un collirio. Con il passare dei giorni lo sfortunato artista si rende conto che è in grado di anticipare il futuro ma non come un veggente, bensì rilevare in ogni oggetto, persona e animale, il loro decadimento naturale: il metallo in pochi giorni arrugginirsi, gli abiti sfibrarsi e le persone invecchiare in breve tempo. In pochi mesi il processo di “visione del futuro” accelera esponenzialmente sino ad assistere all’estinzione della vita sulla Terra e allo spegnimento del Sole. È consapevole che la realtà circostante è immutata, ma non è più in grado di osservarla normalmente; condannato a un’esistenza d’inabilità, paragonabile a un cieco, impossibilitato a una vita autonoma, termina l’infelice esistenza in un ospizio. L’assurda situazione, che avrebbe condotto chiunque alla pazzia, è invece accolta dall’artista con lieta rassegnazione, al pari di un dono Divino.

Questi due esempi, vicende in apparenza diverse, inducono a confrontare due destini strettamente legati fra loro, quello del decadimento della materia e del possibile destino dell’Anima o, se preferiamo, la speranza di un proseguo della vita dopo la morte; sono aspetti che ho sempre, e tuttora cercato, di estrapolare in ogni singolo, fantasioso racconto o vicenda realmente vissuta e che emergono nel mio racconto.

È una costante e personalissima ricerca di qualcosa d’indefinito che, sono certo, tutti cerchiamo ma non riusciamo a concretizzare: il nostro reale ruolo nella vita, il significato degli obiettivi che ci imponiamo, tentando di raggiungerli spesso faticosamente e non sempre con i risultati voluti… molte domande ma nessuna risposta.

Punti di riferimento, appigli temporanei se non addirittura inesistenti. È il mio modo di vedere la vita, forse un po’ pessimistico, ma non privo di speranze di un possibile mutamento e sicuramente, qualcosa si è concretizzata quel giorno; la vita è semplicemente quello che è: un dato di fatto che possiamo e dobbiamo organizzare al meglio delle nostre possibilità, sia per noi stessi che per il nostro prossimo, senza dover necessariamente avventurarci in tante interpretazioni o misticismi.

Le persone che la conoscono cos’hanno detto quando hanno saputo dell’uscita del libro?

Muta sorpresa, scetticismo e … ammirazione; quest’ultimo aspetto è sicuramente piacevole ma provoca anche un senso di disagio perché, come in precedenza sottolineato, non mi riconosco come uno scrittore, ruolo inadeguato alla mia reale identità. Due conoscenti, dipendenti di una banca cui sono cliente e che hanno letto il libro, a ogni incontro mi accolgono con entusiasmo chiedendomi addirittura quale sarà la mia prossima realizzazione, attirando la curiosità dei presenti. All’uscita mi guardo intorno sentendomi ancora oggetto di quegli sguardi; semplice timidezza? Può darsi. Qualcun altro, ancora alle prime pagine, ha già molte domande da pormi su diversi aspetti del racconto e comprendere questa esperienza che mi ha indotto a scrivere. Comunque, indipendentemente dai miei infantili timori, penso proprio di essere riuscito a comunicare questo “messaggio” che, ancora adesso, considero indotto da questa misteriosa e amorevole Entità.

Un piccolo appunto prima di concludere: mio figlio ne donò alcune copie ai suoi compagni di classe (frequenta la prima media) e alcuni, almeno a suo dire, l’hanno letto in breve tempo; un insegnante l’ha definito interessante ma inadatto a persone molto giovani perché si parla in termini realistici di morte. Questo giudizio mi sembra un po’ tirato per i capelli poiché desunto dalla lettura delle prime pagine. È vero; si parla inizialmente della paura del trapasso ma provate a leggere alcuni brani della Bibbia. Il decesso, più o meno violento, è visto come raggiungimento di un ideale di perfezione (il sacrificio di Gesù) oppure come esaltazione della potenza Divina, indipendentemente da chi subisce questa “condanna”. Ad esempio, tratto da un messale in chiesa: “ Osanna, osanna … sia ringraziato Dio per la soppressione dei primogeniti …”; si allude ovviamente ad una delle piaghe d’Egitto dove degli Angeli infieriscono sui primi nati, ovviamente di religione non ebraica. L’obiettivo era il figlio del Faraone per convincerlo a liberare gli schiavi Ebrei, ma come spiegare ai giovani l’assurda soppressione di vite umane, compreso ovviamente il giovane Principe, senza neppure menzionare l’età delle vittime? Nessuna pietà; tutto è lecito se eseguito per volere di un’Entità ultraterrena … e la violenza espressa spesso in termini enfatici, che emergono in molti brani dell’Antico Testamento? Lascio a voi riflettere su quest’aspetto.

Sta scrivendo? Ha altri progetti letterari nel cassetto?

Questo desiderio di ricominciare a scrivere, rileggendo più volte il mio racconto non più su un freddo schermo di computer ma nelle palpabili, leggere e piacevolmente ruvide pagine del libro, si sta riaffacciando; è ancora un’idea allo stato larvale, un abbozzo teorico di un possibile progetto che si sta creando. Sempre attingendo da vari temi religiosi, desidero rianalizzare più approfonditamente i vari testi Sacri magari commentati in prima persona dai medesimi personaggi di Hedulis.

Qualcosa si sta muovendo in tal senso; destino o premonizione … non saprei dire, però il mio amico C.T., che mi ha sempre trasmesso via e-mail i “pensieri del Baba”, cui è devoto seguace, mi ha donato un libro intitolato: ”Storie dello Yoga Vasishtha” edito da Vidyananda. Penso che inizierò la mia ricerca partendo da questo testo; nel frattempo attendo con una certa apprensione gli esiti di “Hedulis”, come sarà accolto dal pubblico, poi si vedrà.

Non è l’unico segnale che mi sta convincendo a proseguire per questa strada; l’autrice del libro: “Ascoltami col cuore” di Clara Busto, persona conosciuta casualmente tramite la mia amica M.V. che segue con passione i fenomeni paranormali, descrive la sua esperienza, tuttora in corso, con un’Entità eterea che chiama Antonio confrontandosi e interrogandosi sulla fragilità dell’uomo, il senso della vita e altro ancora, brevi dialoghi dove s’invita all’amore e fratellanza. Purtroppo tale testo non è reperibile nei consueti circuiti di vendita perché stampato in proprio (Cromografica Roma S.r.l per gruppo editoriale l’Espresso S.p.A – l’autrice è un utente di ilmiolibro.it) e venduto durante brevi presentazioni in librerie e centri sociali dove talvolta deve confrontarsi con gente scettica e Sacerdoti che trovano, questi ultimi, le sue esperienze “pericolose per la fede” … pazzesco! Sicuramente sono assenti nei suoi discorsi, i concetti e la presenza di un essere “Divino”, domanda che formulai durante una sua presentazione, una “assenza” in seguito riscontrato anche nel testo; probabilmente la colsi alla sprovvista mettendola in difficoltà di fronte alla platea e, pur rispondendo con una certa convinzione, che esiste sicuramente un’amorevole Divinità, compresi che il suo “amico Antonio” non ne ha mai fatta menzione.

Quel giorno c’era anche un Sacerdote della locale chiesa; non lo sapevo e non posso che scusarmi, ma la domanda provocatoria che le posi, era inerente a ciò che avevo scritto (il libro non era ancora in vendita) ed ero desideroso di una sua interpretazione da medium. Comunque la sua sincera risposta mi ha più che soddisfatto e le sono grato.

Riserviamo l’ultima parte dell’interviste a domande personali. Conosciamo meglio l’autore, ci racconti, di cosa si occupa? Si vuole raccontare e vuole raccontarci il suo mondo privato?

Nella sua vita cosa reputa fondamentale?

Nella vita privata, ciò che in passato reputavo importante, ritengo di averlo già raggiunto; sono comunque aspetti della vita comune, senza troppe pretese, ambito dalla maggioranza delle persone: un lavoro stabile, casa, famiglia. Che cosa potrei dire d’altro? Sono un semplice impiegato che conduce la sua attività in una nota azienda metalmeccanica, felicemente sposato e con un bellissimo figlio che da tante soddisfazioni. Penso proprio che la mia semplice e per me soddisfacente condizione, che si mimetizza tra la gente concentrata tra le banali attività di tutti i giorni, non sia d’interesse per il pubblico.

Che cosa invece reputo fondamentale? Diciamo che avrei un sogno nel cassetto.

Sino a quel fatidico giorno tutto scorreva in modo lento e misurato, con i soliti comuni sogni e obiettivi. Certo l’evolversi della nostra società (o l’involversi, come molti si esprimerebbero) non aumenta l’ottimismo, ma sono proprio questi problemi che inducono a riflettere su un aspetto comune mai troppo a lungo dibattuto: la comunicazione.

Spesso parliamo senza comprenderci appieno, sorvolando su problematiche importanti ma che decadono nell’ordinario neppure fossero dei grattacapi “di qualcun altro”, che non devono investire la nostra sfera privata. Invece basta guardarsi attorno e osservare negli occhi le persone che ti passano accanto, incrociandoli tra gli scompartimenti di un treno o fra i carrelli della spesa, non tanto tra i giovani ma quelli di una certa età e, attraverso quegli sguardi, le loro ansie mal celate diventano permeabili. Mi sovviene un piccolo episodio in un supermercato, dove mio figlio (10 anni), tirandomi la giacca, mi raccontò un po’ trafelato di un dialogo tra un bambino e i suoi genitori vicino a uno scaffale colmo di giocattoli: “Mamma è questo che vorrei … li abbiamo 10 euro?”. Mio figlio non riuscì a cogliere la loro risposta ma rimase particolarmente sconcertato dal comportamento dei genitori; un rapido sguardo tra i due mentre controllavano nel portafoglio e, poco dopo, il bambino che riponeva quella piccola e ambita confezione al suo posto. Nessun capriccio o pianto mentre la famigliola si allontanava. Che cosa centra quell’episodio con la “comunicazione”? Ritengo sia proprio questo il problema; l’assenza di comunicazione mina le basi di una società, isolando sia le masse, sia il singolo individuo, vanificando il realizzare di una società stabile con il minor numero possibile di problemi.

È come se fossimo virtualmente deceduti, racchiusi in una bolla falsamente protettiva che si traduce in un unico aggettivo: isolamento. Se l’individuo si trova in una situazione di benessere, il suo è un isolamento “beato”; se occupa posti di comando, si perde in sterili discorsi, vagheggiando rimedi ma con l’intendimento che devono essere “eseguiti da altri”. Chi si trova invece sulla sponda opposta, la maggioranza si rassegna alla propria condizione.

La comunicazione che intendo è quella “di pelle” dove non ci si limita a uno sterile scambio di opinioni, ma immedesimandosi nel proprio interlocutore, riuscendo ad attivarsi di conseguenza, in una completa e costruttiva collaborazione. Se questo fosse una prassi naturale, tutto si svolgerebbe in modo più sensato e costruttivo estendendosi in tutti gli aspetti della società, dai rapporti famigliari a quelli del vicinato, dalla costruzione di un appartamento alla realizzazione di una città logica e razionale, dal sentiero che attraversa la campagna alle grandi vie di comunicazione e via via discorrendo, sulle aree verdi sino alle grandi aree di protezione ambientale. La crisi odierna non esisterebbe se avessimo per tempo tenuto conto di razionalizzare questa consumistica società e questo non è stato fatto perché ognuno di noi è chiuso in se stesso.

Viviamo in una società tecnologica e falsamente comunicativa; televisione, radio e cellulari più simili a computer che telefoni, invece di favorire i contatti, ci conduce a un aggravarsi della condizione d’isolamento. Non intendo fare un discorso paragonabile a quelli dei nostri padri e nonni, iniziando con il solito e inutile preambolo “… prima le cose erano diverse”; invece affermo con convinzione, arrischiando di procedere controcorrente, che la comunicazione tra noi non c’è mai stata né adesso né in passato, strumento fondamentalmente utile per risolvere la maggior parte delle difficoltà della vita.

C’è chi si è spinto oltre a questo concetto teorizzando un’inutile e sterile ricerca del Divino, vacua speranza di cambiamento isolando il corpo e la mente, dal Santone indiano al Sacerdote occidentale. Potevamo già secoli addietro realizzare un Paradiso e non siamo stati in grado neppure di gettare le fondamenta.

Un’ultima immagine è fissa nella mia memoria: il parroco che ci ha sposato, isolato in una spoglia stanza presso un ospizio per anziani e seduto su una sedia a leggere ripetutamente le stesse frasi trascritte in un libretto, copia di cui ce ne fece dono. Si descrive la Madonna al pari di una Divinità ma senza mai menzionarla come tale, esaltando la purezza, castità e tutti quei luoghi comuni che conosciamo. Quel parroco non pregava Dio ma una donna, desiderando di essere accolto da una madre e, perché no … da una Sorella.

La fine dell’isolamento… ma è inutile proseguire oltre; rimarrà un sogno nel cassetto.

Come esprime la sua creatività? Concentra la sua creatività nella scrittura o usa altre forme espressive?

La mia attività lavorativa che assolvo in una sede distante da casa, costringendomi a una vita da pendolare, cui si aggiungono le normali problematiche della vita familiare, non mi permette di dedicarmi ad altre occupazioni. Disegno e pittura sono hobbies che vorrei coltivare approfondendo tecniche che in parte già conosco, ma potrò avviarle fra qualche anno, quando avrò più tempo a disposizione, sicuramente dopo la pensione.

Comunque tutto è legato a questo ruolo di scrittore che potrebbe, in futuro, impegnarmi ulteriormente. Il destino è incerto … si vedrà.

A lei uno spazio, da riempire come desidera.

Tornando al racconto, durante la sua stesura ho tratto delle conclusioni che desidero segnalare, invitando il lettore a meditare e approfondire su di esse:

  • il decadimento della materia e conseguentemente dell’Universo, come ci suggeriscono gli osservatori scientifici, è la certezza che il concetto di “eterno” è falso, a differenza di quanto espongono i religiosi di tutto il mondo, a meno di ulteriori e rigorose indagini.
  • L’idea di un mondo parallelo, descritto dai religiosi Cristiani, come Paradiso (e in antitesi, l’Inferno) non è altro che un affossamento della vita in un ambiente paragonabile a una gabbia, dove la creatività personale è soffocata da un “Soggetto” che, pur nella Sua misericordia, ne ha la completa esclusiva. Basandosi su questo presupposto, il futuro, visto dai prelati, è diventare spettatori assenti che gioiscono di un eterno spettacolo privo di qualunque mutamento e che pregano incessantemente per evitare la sua conclusione. Più realistici i Mussulmani che descrivono una continuazione della vita in terra, anche se estremamente legato ai loro costumi dove, chi ne coglie i frutti, è solo la figura maschile.
  • La “reincarnazione” potrebbe essere vista come una costruttiva alternativa, ma solo nell’eventualità di viverle conservando almeno una blanda permanenza di ricordi delle vite trascorse. Solo così potrebbe essere pienamente vissuta ma ciò non si è mai verificato, poiché non esistono testimonianze se non descritte in antichi testi religiosi, esperienza di singolari personaggi paragonabili a Profeti. Gli Asceti asiatici che esprimono una negazione del materialismo, disconoscendo la realtà del mondo circostante bollandola come “immaginaria” e conseguentemente la soppressione di ogni manifestazione di gioia, dolore (ovviamente anche di amore, anche se negano tale eventualità), porta alla completa indifferenza del prossimo e all’autodistruzione della propria personalità.

Ciò che ho percepito in quell’onirica esperienza è ampiamente descritto nel racconto e si riassume nel messaggio di un noto Santone Indiano che, da quanto possa evincere dai suoi discorsi, aveva la percezione di un’Entità femminile, materna pronta ad accoglierci:

Considerate come vostro dovere più importante il venerare vostra madre come divina, e servirla. Se non rispettate vostra madre, che vi ha avuto in grembo per nove mesi, presentato al mondo e si preoccupa per voi, chi rispetterete? L’amore materno è simile a quello del Creatore, che proietta e protegge questo cosmo infinito in innumerevoli modi. Voi potete scegliere di adorare il Divino nella forma di una Dea. Un altro può scegliere di adorare Dio in una forma diversa. Dovreste notare che le forme in cui il Divino è adorato da altri sono importanti quanto la divinità da voi scelta. Se, al contrario, criticare o proferite un insulto verso le divinità venerate da altri, state commettendo un grave peccato. Analogamente, rispettate e mostrate uguale considerazione e rispetto per tutte le mamme (donne) come fareste per vostra madre.”

Non c’è Dio più grande della madre. (Discorso del Baba: 14 ott. 1988).

Un ultimo appunto; ricordate le immagini televisive di Papa Francesco che salutò con un dono il Papa uscente? Le consegnò un’icona della Madonna invitandolo a pregare insieme con lui di fronte a questa figura femminile. Conosciamo la sua venerazione per la Madre di Gesù ma indipendentemente da questo non è interessante che, di fronte ai giornalisti e fotografi, si siano lasciati ritrarre a pregare di fronte a Lei e non alla Croce? È la testimonianza di un suggerimento, un’ispirazione che si manifestò in questo singolare incontro… il messaggio per intraprendere un possibile cambiamento di rotta della Chiesa? Chissà …

Link Kimerik:

http://www.kimerik.it/Kimerik.asp?Id=1339

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3 risposte a “Maurizio Antenore, autore del romanzo “Hedulis”

  1. Ritengo che il racconto del Sig. Antenore è vero!!!!, infatti sono rimasto a bocca aperta quando ho letto la parola “gemelle”, ho visto le gemelle!!!!!!….in onirico e in altro messaggio, 22 Dicembre 2014 in breve, “il cielo si apre nella terra e vi sono sospese tre figure femminili, una adulta e due bambine, la adulta tiene per mano le bambine è sorridente, ha i capelli rosso biondi a caschetto, occhi azzurri, indossa una camicia bianca a maniche lunghe e un jeans, la bambina alla sua destra ha i capelli lunghi a boccoli di colore scandinavo, finlandese è sorridente e indossa un vestitino estivo bianco, la bambina alla sinistra della adulta è somigliante ad essa, ma è arrabbiata, imbronciata, ha sul viso come delle leggere tumefazioni, indossa un vestitino estivo beige, sembra sporco, io allungo la mano alla adulta e Lei fa altrettanto, ma non ci tocchiamo, io esclamo “madonna e quanto sei bella”!!!! e Lei “hai visto”!!!!……bene, questo in breve .

  2. Trovo questo libro e gli spunti che offre particolarmente interessanti. Complimenti per l’intervista. Fa enormemente piacere leggere le parole di un collega autore che ha una così grande voglia di comunicazione. Bravi!

    • In questo momento storico è fondamentale far emergere le persone e gli artisti che DEVONO comunicare messaggi universali, nascosti dalla cloaca della DISINFORMAZIONE in cui siamo avvolti! Avanti con le condivisioni!

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